Le Tre Fasi.

I primi giorni sono stati duri. Ma duri veri.

Acostumbrarse in spagnolo significa adattarsi agli usi e costumi, abituarsi. Questa è la prima sfida che ogni viaggio ci mette di fronte. Solo che non si può vedere fin da subito la luce. E forse infine è proprio quello il bello. E allora si entra in un turbine di emozioni contrastanti e assolutamente incoerenti, che avvolge e rapisce facendo quasi perdere il controllo. E l’alternanza di questi momenti corre più velocemente dell’altalena sulla quale si rimaneva prigioniero per colpa dell’amico perfido che spingeva a tutta forza per “farti toccare il fottuto cielo”.

Fase 1. Provo quindi sensazioni di entusiasmo estremo e esagerato -come al mio solito- che mi porta a commuovermi ogni due secondi e a fotografare qualunque cosa: un parco, un palazzo colorato, una strada, un piatto, una persona, un gattino… Rido per tutto, ogni persona sembra gentilissima, originale, allegra e interessante. Parlo con tutti e di tutto, famiglia, desideri, lavoro, cazzate. Discuto sui diversi tipi di spagnolo, qui nessuno parla con il vosotros come me; allora chiedo le differenze, sono interessata alle storie di tutti. Aaaaah come si sta bene dall’altra parte del mondo! Mi sento coraggiosa, in gamba… e chi mi ammazza?! Tutto mi sembra bellissimo e pazzesco. Respiro profumi, assaggio nuove emozioni, assaporo nuovi alcolici. Mi sento invincibile.

Fase 2. Inizio a sentire momenti di cedimento nel giro di 36 ore: il parco sarà anche verdissimo ma non è di sicuro come quello in cui andavo a fumarmi le prime sigarette con Giando, Marta, Marghi, Tania e Ari; il palazzo colorato non può competere con lo stile liberty di Torino, siamo anni luce avanti; le strade sono intasate dal traffico, senza marciapiede, senza storia da osservare in ogni angolo, qui andare in giro con la mia Graziella significherebbe suicidarsi; i piatti sono sani e buoni, ma dov’è la varietà di prodotti italiani? qui solo e sempre riso e fagioli;  quella persona è diversa da me è vero, è a metà tra un indiano d’America e Daddy Yankee, ma alla fine non è pieno di persone diverse anche vicino a casa?; e quel gatto.. be’ quanti gatti ci sono in Italia? e io sono pure allergica! E tutto inizia a sembrare cupo, oscuro, pericoloso, troppo distante da ciò che amo. Devo dire che non piango, forse solo un paio di lacrime in due momenti in cui mi sono sentita barricata in questa gabbia di casa senza poter uscire.

Fase3. Inizio a guardare tutto con occhi diversi. Non sono più una turista. Non esco più scortata da qualcuno che mi spieghi cosa fare e dove andare. Ora so che pullman prendere (qui goodbye Google Maps, tutto è a naso e a esperienza), so cosa vuol dire “Mae, Pura Vida e Tuanis”, che è meglio girare senza collanine né passaporto, che tutto potrebbe succedermi ma che c’è qualcosa che posso fare per evitarlo. Inizio a capire dove posso andare, in quali orari, ho trovato addirittura posti in cui posso camminare per strada di sera da sola e non sentirmi in pericolo. Inizio a sentirmi un po’ a casa, o meglio, inizio a non sentirmi più in terra nemica.

 

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