El Tiroteo

Ore 2.40 am, Los Yoses, San Josè.

Sono con Chito, Marie e Bruja e stiamo andando verso casa dopo la prima nottata di festa in città. Passiamo di fronte all’unico bar aperto che ha una cucina 24 ore. Senza pensarci Bruja entra a ordinare, Chito e Marie invece parlano nel parcheggio. Io me ne sto un po’ in disparte un po’ per stanchezza, un po’ per nostalgia. Mi sento lontana da casa, dai miei amici, dalle mie abitudini. Alla fine chi sono questi?!! Vorrei essere allo Strana, vedere il sorriso di Roby, sentire le cazzate di Monti e incrociare volti conosciuti. Le birre bevute in serata non mi stanno affatto aiutando. Sento un vuoto che brucia. Ma dopo una decina di minuti di malinconia e silenzio alzo gli occhi al cielo, guardo Orione, mi convinco a smetterla di fare questi brutti pensieri e decido di entrare a ordinarmi una empanada. Alla fine sono qui ed è il presente che devo vivere.

Varco la soglia di ingresso e vedo il signore del locale corrermi incontro, superarmi, richiudere in tutta fretta la serranda alle mie spalle. In un primo momento penso che magari vorrebbe andare a dormire e non voglia più fare entrare clienti. Però qualcosa non quadra. Nemmeno 10 secondi dopo alcuni clienti iniziano a correre verso il fondo del locale, altri si buttano a terra coprendosi la testa con le mani, i baristi si nascondono dietro il bancone, mentre io guardo la scena come se fossi uno spettatore. Non sto capendo nulla, mi sembrano tutti matti. Bruja, il mio coinquilino di Casa Selva, mi afferra per un braccio e mi trascina verso la cucina del locale. Mi abbraccia, coprendomi, mentre ci rannicchiamo a terra accanto ad altre persone.

Continuo a non capire.

La gente si guarda spaventata e la parola ricorrente tra la folla è “tiroteo”. Qui la conoscenza della lingua non mi aiuta. Non ho idea di cosa voglia dire, mi sento scomoda e voglio andare a casa. Lo dico a Bruja, lui esce dalla cucina, qualcuno gli dice che il peggio è passato. Voglio andare via dal locale e rifugiarmi da sola nella mia stanza. Lui mi dice di aspettare, che non sa se ancora stiano continuando. Continuando a fare che? Lui mi fa il segno della pistola con la mano. Nello stesso momento connetto l’orecchio ai suoni del mondo esterno e inizio a sentire i colpi. Cazzo una sparatoria! Mi rendo conto in quel momento che stava andando avanti da almeno due minuti. Finiti i colpi il proprietario riapre la serranda per andare a vedere e io ne approfitto per scappare. A mente lucida mi rendo conto che uscire dal locale non era la decisione migliore, ma in quel momento volevo solo andare via. Dico a Bruja che sto per correre fino a casa, di seguirmi. Vado, non guardo per terra, non voglio vedere cose che poi non potrei più dimenticare. Punto gli occhi al cielo, ritrovo Orione, corro come mai prima d’ora fino a raggiungere casa.

Questa è stata la conclusione della prima serata di festa nella capitale latina. Sono un po’ spaventata, penso che sia davvero un altro mondo. Però parlando con le persone locali vengo a sapere nei giorni successivi che è stato un evento anomalo, che in questa zona della città è assolutamente inusuale, che loro nell’arco di trent’anni non hanno mai assistito a una sparatoria. Mi rilasso, capisco che non è all’ordine del giorno. Penso di esser stata molto fortunata, sono felice di essere entrata nel locale a cercare una empanada, ma ancor di più di essere arrivata a casa sana e salva. Se fossi rimasta fuori a fare pensieri tristi magari non sarebbe finita così.

Alla fine, tra i vari feriti, tre sono molto gravi e forse non ce la faranno. Un ragazzo ha 15 colpi di arma da fuoco sparsi per il corpo, di cui uno nel cranio. La ragazza ne ha altri 10 e l’amico una dozzina. Tutti e tre sono più giovani di me. Le cause sono ancora ignote.

La vita in Latino America è anche questa. Il tipo di criminalità è diversa da quella europea e non bisogna mai abbassare la guardia, ma nemmeno vivere nel terrore.  Due giorni dopo l’avvenimento la storia è già stata archiviata e superata da tutti. Per quanto riguarda me, devo dire che a confronto l’esperienza di piazza San Carlo per la finale di Champions League mi aveva turbato e terrorizzato decisamente di più, forse perché il terrorismo europeo è contro chiunque sia lì, mentre qui era mirato a qualcuno in particolare. Ma è solo un’ipotesi di pancia. Io comunque sono tranquilla, continuo a passeggiare nella zona e sono ritornata a mangiare in quel locale. Sto bene e ho un’esperienza in più da raccontare.

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