TRA ASPETTATIVA E REALTA’: AIESEC

Aiesec è l’organizzazione studentesca più grande al mondo che permette ai giovani fino ai 30 anni di partecipare a bandi di lavoro e progetti di volontariato. Con la sua presenza in 126 paesi del mondo e un network con più di 100.000 studenti provenienti da più di 2400 università, coinvolge oggi quasi l’intero globo e permette a tutti di partire e partecipare attivamente alla condivisione di culture e conoscenza. Nasce con virtuosi propositi dopo la seconda guerra mondiale, con l’intento di cambiare le dinamiche internazionali, puntando all’integrazione e alla collaborazione tra i paesi, vedendo nello scambio la più grande ricchezza. E’ una delle poche cose che ci è riuscita davvero, perché è proprio grazie a progetti come questo se oggi in Francia ci si va per formarsi e non per farsi la guerra.

Il contratto che avevo firmato con Aiesec prima della mia partenza prevedeva vitto e alloggio. La sistemazione doveva essere presso una famiglia locale che mi avrebbe fornito anche i viveri e avrei avuto a disposizione un buddy, ovvero una persona fisica che mi sarebbe venuto a prendere in aeroporto, mi avrebbe accompagnato a lavoro il primo giorno, mi avrebbe aiutato per qualsiasi problema tecnico e scartoffia burocratica. Bene, pacchetto completo, sembrerebbe. Ma i pacchetti all inclusive sono sempre poi un po’ diversi dalla foto promozionale. Veniamo quindi alla realtà dei fatti.

1. Vitto e alloggio. Dove mi hanno sistemata già ve l’ho detto. Quindi il primo obiettivo è stato leggermente diverso da quanto prestabilito: non era una famiglia ma bensì un ragazzo davvero giovane che avrebbe dovuto “prendersi cura” di me. La casa di latta di Wilmer aveva una sola stanza da letto ed era priva di gas e di acqua calda, che nel mondo moderno sono considerati elementi basilari alla sopravvivenza. La prima doccia gelida dopo 22 ore di viaggio aereo penso che sia stata non solo difficile, bensì dolorosa. Ci ho provato in tutti i modi a mettermi sotto l’acqua fredda, ma non ci riuscivo proprio. Era notte, fuori c’erano all’incirca 16 gradi, l’acqua era fredda come quella dei Tumpi, giuro. Stavo quindi in piedi a un metro di distanza dal getto, guardandolo con occhi da cane bastonato, mentre avvicinavo le mani per raccogliere un po’ d’acqua da lanciarmi addosso. Ci ho messo almeno 45 minuti a lavarmi un po’! Credo che quello sia stato l’unico momento dove mi son detta “Brava Fede! Fare 20 ore di viaggio aereo per trasferirti da sola dall’altra parte del mondo per finire in questa merda è stata proprio una grande mossa! Cosa ti aspettavi di trovare?”. Ma mentre ero lì lì per tirar giù una lacrimuccia e abbandonarmi a sensi di colpa e ansie di ogni tipo, la mia parte più razionale e matura mi venne in aiuto a ricordarmi della stanchezza, dello stress accumulato durante il giorno, motivi per cui sicuramente stavo interpretando male la realtà attorno a me. “Tranquilla, non è brutta, devi solo avere pazienza! Ci vorrà un po’ ad abituarsi alla nuova vita! E una doccia fredda non ha mai ucciso nessuno. Su Su!”, mi sono detta. Non so se capiti anche alle altre persone, ma quando  io devo prendere una decisione, analizzare una situazione o passare all’azione, mi confronto con le due me. Forse sono bipolare o forse è ciò che accade a chi come me si abitua a viaggiare da solo, a mangiare da solo, a fare la spesa da solo, ad andare in un altro Paese da solo, a socializzare in ostello da solo, a ricominciare da solo, ad andare a dormire da solo, a studiare da solo, a lavorare da solo, etc, e alla fine ritrova in se stesso il perfetto e fedele amico. Motivo per cui io mi ascolto sempre, mi conosco molto bene. Quindi, rigenerata post doccia, andai a dormire sufficientemente tranquilla. All’uscita del bagno trovai una situazione inaspettata: le persone possono stupirci in tanti modi, ma quando lo fanno in senso positivo è qualcosa di toccante. Wilmer,  il mio host, giovane ingegnere studente e lavoratore, in modo assolutamente volontario e senza ricevere nulla in cambio, aveva deciso non solo di ospitarmi e di divedere con me le poche cose che aveva, ma addirittura mi stava lasciando a disposizione l’intera camera per farmi sentire bene. Si era trasferito con una coperta e un cuscino su un materasso gonfiabile in salotto. Sulla parete della “mia” camera aveva appeso un poster fatto da lui, con su scritto “Benvienida Federica, Costa Rica es tu Casa” accanto a una enorme bandiera dell’Italia. Aveva fatto tutto questo per me, cioè per una persona che nemmeno conosceva. Lo aveva fatto per il semplice fatto di essere utile, di aiutare una ragazza a iniziare una nuova vita in terra straniera. I costaricensi hanno un senso della gentilezza che è anni luce avanti al nostro egoismo occidentale. Si respira ovunque. Superati quindi i primi disagi affrontati all’arrivo, posso dire che è stato un miracolo incontrare Wilmer, mi ha davvero aiutata e fatta sentire protetta.

2. Il Buddy. Vi dico solo che vivo in Costa Rica da circa un mese ormai e ad oggi non so ancora chi sia il mio buddy. L’unica volta che ho incontrato una volontaria di Aiesec – Veronica, ma non sono sicura che fosse lei il mio buddy designato-  è stato il primo giorno di lavoro. Dovevo essere in ufficio alle 8.00 di mercoledì 7 marzo (avrei dovuto iniziare il 5 ma Veronica non si era messa d’accordo con l’azienda e non mi aveva avvisata, motivo per cui io avevo acquistato il volo appositamente per il sabato 3 marzo, anche se più caro, proprio per rispettare le date del contratto, ma va bè, lasciamo perdere), quindi ci accordammo telefonicamente di vederci alle 7.40 alla fermata del bus (perché non aveva voglia di passarmi a prendere a casa!). Arrivo alle 7.35 alla fermata, dopo averle già inviato due messaggi a cui non avevo ricevuto risposta; scendo dal bus e mi siedo sulla panchina ad aspettare. Mi guardo attorno e metto in pratica tutti i consigli che mi erano stati dati. Avevo già tolto le collanine e i bracciali e ricordato di lasciare a casa il bancomat e il passaporto; adesso ero intenta a superare le prove più difficili. Stavo cercando di non tirare fuori il cellulare -per non attirare l’attenzione- e di non guardare le persone in faccia- non volevo sembrare curiosa o  critica-  sforzandomi di non guardare nemmeno per terra -solo gli stranieri insicuri lo avrebbero fatto. Sostanzialmente l’obiettivo era di non far capire di essere straniera (come cazzo si fa?!Dove cazzo posso guardare?). Decido quindi di tenere indosso gli occhiali a specchio -anche se sono sporchi e non vedo troppo bene- perché così maschero inoltre gli occhi chiari da europea -anche se non so se abbia senso, ma in questo momento mi sembra di sì. Cerco di non farmi vedere tesa perché se no lo percepiscono -li sto immaginando tipo dei predatori affamati e io un povera e sfigata pecorella smarrita- e chi lo sa che succede, chissà in che modo ti fanno fuori qui. Tengo la borsa stretta stretta, ho il Mac dentro, se provano a rubarmelo sono pronta a combattere. DIO CHE ANSIA, ma dov’è sta Veronica? Nel momento in cui sto per imprecare mi avvisa che in dieci minuti sarebbe arrivata e che era in ritardo a causa del traffico. Penso “Ma dai! Vivo a San José da due giorni ma lo so già che c’è sempre traffico, motivo per cui saresti dovuta partire prima!!!”, ma le rispondo solo con un semplice “ok sono alla fermata che aspetto”, sperando che nel frattempo non capiti il peggio. Sono le 8.00 e di Veronica nemmeno l’ombra. E muoviti però, sono già in ritardo! Mi dice di stare tranquilla che tanto è in macchina e dalla fermata a lavoro ci mettiamo cinque minuti. Io aspetto, ma inizio a scazzarmi di brutto. E’ il mio primo giorno di lavoro, sono tesa e devo arrivare in ritardo per colpa di una che manco so chi è. Veronica si presenta alle 8.16 e… a piedi! Iniziamo quindi a camminare verso l’ufficio e faccio davvero uno sforzo di falsità immensa nel farle semplici domande di conoscenza. Dentro sono furiosa. Lei sembra assolutamente tranquilla e indifferente. Dopo dieci minuti sotto il sole cocente arrivo a lavoro sudata, ma sollevata, perché finalmente ci saranno altre persone e non dovrò più fingere di essere gentile con Veronica. Entro e scopro che il mio capo, un certo Nestor, non è ancora arrivato. Capisco che qui gli orari sono decisamente diversi dai nostri,  che è un’altra cultura, un altro mondo, che forse sono io che devo calmarmi e non avere fretta di imparare. Con il tempo lo accetterò e inizierò a capire i costaricensi. Fortunatamente non ho avuto bisogno del buddy nei giorni a venire perché Wilmer mi ha accompagnato a fare la spesa, mi ha aiutato a fare la nuova scheda telefonica, mi ha insegnato a usare i mezzi pubblici (non sono assolutamente come i nostri!), mi ha detto all’incirca come muovermi e dove non andare mai, per nessun motivo. Dopo di che sono grande e vaccinata e al terzo giorno ho iniziato a essere indipendente ed esplorare la zona da sola, ma con molta cautela. E comunque era sempre meglio rischiare e uscire da sola che non dover ricontattare Veronica!

Con questo non voglio assolutamente parlare male di Aiesec, è un’organizzazione incredibile e offre molte possibilità. Voglio solo informare che la gestione degli studenti (tutti volontari) è come si può immaginare un’autogestione: bella, interessante, nobile ma con mancanza di esperienza. Partire ‘avvisati’ è sicuramente un vantaggio: se non ci si aspettano grandi cose non si può rimanere delusi dalla realtà che si trova. Man mano che sto conoscendo la cultura costaricense inizio a vedere l’episodio del primo giorno come un mio delirio di persecuzione vicino alla schizofrenia. L’ansia gioca brutti scherzi, è necessario imparare a controllarla. Ora vivo proprio vicino al lavoro e a quella fermata del bus e giro sempre a piedi, anche da sola; ho rimesso le collanine e i bracciali, tiro fuori il telefono facendo un po’ di attenzione, guardo la gente e la saluto, ma soprattutto non m i sento più quella straniera con pregiudizi del primo giorno. E’ incredibile come cambino le cose quando le si guardano con occhi diversi! Credo che bisognerebbe solo avere pazienza e lasciare che il tempo faccia il suo corso naturale, senza bramare troppo e apprezzare ciò che c’è. Io ci sto riuscendo.

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