CASA SELVA

La ricerca di casa -chi lo ha provato lo sa bene- è sempre spossante e psicologicamente difficile. Però, quando si trova quella giusta, è una gioia ineguagliabile, perché non si ha vinto solo una stanza, bensì la possibilità di svegliarsi felice ogni mattina.

Ho 26 anni e fino ad oggi ho abitato in 17 case diverse ripartite in 7 città, 5 nazioni e 2 continenti. Ho avuto 47 coinquilini di quasi tutte le nazionalità occidentali possibili, 61 adesso contando i condomini di Casa Selva. Sono sempre state esperienze davvero bellissime -a parte due da cui sono scappata!- di condivisione, allegria, intensità. Quando si vive con qualcuno con cui si va d’accordo questa persona diventa automaticamente un fratello o una sorella. Per me, che non ho mai vissuto in casa con le mie sorelle e molto poco con mio fratello, i coinquilini hanno significato davvero tanto, sono stati la mia prima vera compagnia full time. Allora ogni casa è stata una vera famiglia: a partire da Luchino, ad Ariangiangela, a Tim e Ludo, a Carota, Mae e Stephan, a Vale, Giulio e Marcio, a Silla. E’ sempre stato un sogno vivere con loro e poterli vedere fin dal mattino cucinare rispettivamente la megapasta alla Luch, un delizioso riso al finocchio, broccoli puzzoni e schifoso hamburger di tofu, 24h su24 Viña del Mar, guacamole e tè freddo, mate fino a uccidersi, squisito pollo di Vale, minestroni salutari, Carbonara con vero guanciale, e ordinare Just Eat ogni sera a qualunque ora. Ogni coinquilino è incredibilmente diverso dall’altro, ma tutti quanti mi hanno lasciato decisamente un pezzo di cuore e sì, mi hanno cambiato la vita. Dopo la Laurea Magistrale di novembre avevo finalmente deciso di prendere casa da sola a Torino, un bel bilocale in piazza Bodoni, per fare finalmente la grande. Mi ero detta “Basta, l’epoca coinquilini è finita, ora si volta pagina, è il momento di lavorare sodo e rilassarsi la sera davanti alla tv”. Ma le cose -fortunatamente- non vanno sempre come si pianificano. Ed eccomi qui in Costa Rica, insieme alla mia nuova famiglia di Casa Selva. Direi che non poteva andarmi meglio, sono davvero felice di stare ancora condividendo tutto con nuovi coinquilini che faranno sempre parte della mia vita, invece di essermi già tristemente convinta a vivere la vita in modo individualista ed egoista, nei miei vuoti spazi solitari.

Adattarmi è la cosa che so fare meglio, per cui ci ho messo tre giorni esatti a passare dall’entrare in casa e rintanarmi da sola nella mia stanza per mancanza di voglia di parlare con altra gente dopo il lavoro, all’entrare in casa e non vedere la mia stanza fino al momento in cui vado a dormire, poiché presa bene dal condividere chiacchiere e tempo con chi di loro trovo per mangiarci insieme, ballare un po’, cantare musica internazionale, tradurre parole in italiano, berci una birra, vederci un film. In Casa Selva non ci si può mai sentire soli, davvero. La cosa che mi ha sorpreso maggiormente è che chiunque in Casa Selva è il vero benvenuto: per cui oltre a Marie, Alex, Samuel, Raul, Corinne (europei come me), Bruja, Marti, Steven, Madelaine (costaricensi), Sebas, Luciano (argentini), Damian e Magaly (nicaraguensi), ci sono altri personaggi che non vivono proprio qui ma, in realtà, alla fine sì. Allora tutti i giorni anche Seba Negro (salvadoregno), Chito e Gaucho (costaricensi), Luis (messicano), il Parce (colombiano) -ed altri che ancora non conosco bene- abitano Casa Selva con noi. La cosa davvero peculiare è che nessuno si sta antipatico, nessuno è isolato dal gruppo, nessuno litiga, ci si spiega sempre. Alle volte usciamo tutti insieme, alle altre ci si divide in piccoli gruppi e si fanno cose diverse; c’è chi è freelance e quindi fa sempre le ore piccole, chi invece come me e le altre ragazze si sveglia molto presto per andare a lavoro. Ci sono giorni in cui qualcuno se ne sta nella propria stanza, altri in cui si va a passeggiare tutti insieme in montagna. Quando usciamo tutti insieme diamo nell’occhio, la gente riconosce quelli di Casa Selva: calcolando che siamo una ventina appena arriviamo in un locale lo riempiamo completamente, ad esempio ogni martedì sera al Sotano (stile Des Arts di Torino), a sentire jam session di jazz, ci accaparriamo noi tutte le sedie disponibili davanti al palco, o quando andiamo a ballare alla Cali all’Area (delle dimensioni del Dr. Sax) occupiamo tutta la pista. Di esperienze ne avevo accumulate molte, ma non sapevo cosa volesse dire vivere in una famiglia così numerosa: ci vuole un po’ di pazienza, ma è davvero bellissimo.

Gli abitanti di Casa Selva sono artisti e viaggiatori tra i 25 e i 32 anni, provenienti da quasi tutto il mondo. Vivere in una casa così non è però proprio da tutti; diciamo che bisogna avere un certo tipo di spirito, di energia e di pazienza. Si parla molto e si dorme poco. Casa Selva è un progetto iniziato da Steven 5 anni fa: decise di prendere una casa grande -a due piani con giardino e con molte stanze- e di trasformarla in una specie di comune per progetti sociali. Casa Selva è infatti aperta a tutti, non c’è mattino che mi svegli e non trovi troupe cinematografiche, fotografi, attori di teatro, gruppi di yoga,  etc, usare il nostro salone o il giardino per svolgere i loro progetti. E’ davvero stimolante far parte di un progetto così, poiché ognuno ha la possibilità di partecipare buttandoci dentro le proprie abilità. Ci sono state da poco le elezioni politiche in Costa Rica in cui rischiava di risultare vincitore Fabricio Alvarado, un candidato conservatore, omofobo e contro le minoranze. Quando sono entrata in Casa Selva i ragazzi stavano organizzando la campagna in difesa dei diritti egualitari, con tanto di produzione video, set fotografici, stampa di locandine, promozione social. Ovviamente io ho dato una mano nella comunicazione del progetto e nelle strategie digitali. Sulla scia di Casa Selva sono nate altre case, come Casa Banana e Casa Mundo, con le quali collaboriamo e organizziamo eventi. Cene internazionali, olimpiadi tra le case, concerti, corsi, feste di spirito, etc, sono al centro dell’attenzione nel panorama di San Josè. Io ho iniziato con Raul a fare lezioni di italiano, poiché lavora per Amazon e se riuscisse a imparare un’ulteriore lingua guadagnerebbe quasi il doppio; in cambio lui mi prepara qualche piatto di pasta alla scozzese (burro, burro, burro). Le serate in Casa Selva sono tutte diverse: alcune volte si mangia tutti insieme e poi si va a nanna, altre si passa l’intera notte a chiacchierare in salone, seduti per terra, a raccontarci storie di vite davvero lontane, ma che alla fine poi sembrano somigliarsi tutte. Nonostante le diverse nazionalità abbiamo tutti uno spirito comune. Ciò che non manca mai in casa è la musica: quasi tutti sanno suonare la chitarra, l’ukulele e la batteria. In questo sento davvero la mia carenza di allenamento musicale e quindi spesso mi limito ad assecondare il gruppo con battito di mano e sorrisi. Però una sera la chitarra l’ho suonata io: Sebas mi aveva detto che l’arte è dentro di noi e che la musica non è solo tecnica, per cui ho improvvisato un po’ e alla fine qualcosa di buono è uscito davvero. A Casa Selva nessuno giudica, qui la libera espressione esiste davvero. Qui l’artista che è in noi viene fuori in modo naturale. Non c’è tempo per abbattersi o per piangersi addosso: qualche dolce saggio selvatico è sempre disponibile a regalare supporto e consigli. Insomma, a Casa Selva non ci si annoia mai, si improvvisa sempre qualcosa di interessante e assolutamente senza senso. Ma soprattutto tra queste mura non sento pulsare quel fastidioso vuoto che mi accompagna dalla nascita, quel sottofondo nostalgico di incompletezza cronica: in Casa Selva mi sento piena e con una voglia matta di arricchirmi ancor di più.

Sono certa che ci saranno molte cose da raccontare di Casa Selva durante la mia permanenza.

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