Il buco nero della felicità

Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare: guardate le stelle invece dei vostri piedi – Stephen Hawking

Il tempo scorre anche qui, molto velocemente.

Vedo la sabbia nella mia clessidra tica cadere giù senza perdonarmi nulla, non concedendomi tregua nemmeno per un secondo. Allora faccio un passo indietro e guardo questa sleale boccia di vetro da un po’ più lontano: mi rendo conto che due terzi di quella sabbia giacciono già a terra, andati, stanchi, già vissuti. Lì, tra quelle polveri, ci sono i volti, le parole, le esperienze, i desideri e le delusioni conosciute in questi mesi.

La mia esperienza lavorativa si è conclusa un mese fa. Ho passato il mese di giugno a backpackare in giro per il Centro America. Ho visitato la parte caraibica di Panama e percorso tutti gli angoli della Costa Rica, su entrambe le coste. Sarei dovuta andare anche in Nicaragua ma purtroppo non è il momento adatto, i morti continuano ad aumentare e lo scoppio di una rivoluzione alla dittatura di Ortega è alle porte.

Ho passato così gli ultimi trenta giorni a camminare al fresco in montagna alla scoperta di vulcani, a immergermi nelle acque temperate degli oceani, a guardare le albe umide ai Caraibi e i caldi tramonti mozzafiato nel Pacifico. Ho osservato quetzal prendersi cura del proprio nido a Monteverde, orsetti lavatore rubare il cibo ai turisti a Manuel Antonio, enormi granchi blu e arancione cercare fortuna dentro la mia casetta di Montezuma, curiose scimmie Congo dividere il pranzo con me nel parco di Curù, bradipi coraggiosi tuffarsi nell’Oceano Atlantico per venire a conoscermi sulle rive di Isla Solarte, ho visto animali di cui non conoscevo l’esistenza, come il coati e il Gesù Cristo, scendere da una palma nel mio giardino e guardare con sufficienza il mio stupore, pavoni e iguane mangiare insieme gli stessi avanzi in Isla Tortuga, mamme cavalle con i loro puledrini pascolare liberi tra le strade di Samara, falene enormi come pipistrelli girare attorno alla luce del mio balcone, facendomi scappare col batticuore nella mia stanza a sud della penisola di Nicoya, ho visto piccoli colibrì colorati cantare a tutta forza per conquistare le piccole colibrine della Fortuna, branchi di cervi convivere insieme a coccodrilli, bradipi e scimmie nei dintorni di Quepos, serpenti e rane velenose muoversi tra le piante del Castillo, stanchi pellicani scambiare per pesci le bottiglie di plastica sulle spiagge di Guanacaste, mucche e zebù arrampicarsi su ripide colline verde brillante attorno a Puntarenas, roditori grossi come cani pascolare nel giardino di Cahuita, piccoli caimani dormire tranquilli tra le acque dolci di Tortuguero, iguane obese di oltre un metro riposare sugli alberi di Nicoya. Ho condiviso il mio tempo con numerose persone e tantissimi animali, conoscendo nuovi profumi, imparando nuove lezioni sul mondo. Ho imparato a riconoscere i versi degli animali, alcuni nomi e funzioni delle piante; ho capito che in natura per molte specie è l’esemplare maschio a essere più bello e colorato per riuscire a conquistare la femmina. Ho provato a non spaventarmi quando le scimmie urlatrici gridano come forze malvagie nelle tenebre della giungla, a non aver troppo timore della natura ma a non essere nemmeno incosciente, apprendendo che con un po’ di attenzione si può camminare anche di notte nell’oscurità della foresta selvaggia, abitata da puma, giaguari e coccodrilli, perché la vera vita non è un film horror -anche se il mio cuore pulsava con tutta la forza. Ho passato il mio tempo a guidare un 4×4 su strade ripide, sterrate, senza segnalazioni e con crateri giganteschi. L’altra metà l’ho passato in minuscole barche a remi, alla ricerca di pesci e alligatori. Ho visto coralli e stelle marine giganti senza bisogno di una maschera, poiché immerse in un’acqua più trasparente delle mie emozioni nel vederle. Ho cercato di respirare forte in mezzo alle tempeste tropicali, dove le gocce d’acqua hanno le dimensioni dei nostri chicchi di grandine e i fulmini si susseguono senza sosta tutto intorno come luci di un evento mondano; ho imparato ad idratarmi a sufficienza quando l’umidità fa sudare anche l’anima, a mangiare in assenza di elettricità, a dimenticare l’acqua calda e a controllare sempre le scarpe prima di metterle, perché qui ragni e insetti vari possono avere effetti collaterali indesiderati. Ho visto la mia pelle cambiare colore per il sole, lucentezza per l’umidità, irritarsi spesso per le piante e soprattutto per i morsi degli insetti e delle maledette zanzare. Ho accettato di avere i capelli stile afro. Ho viaggiato su pullman in compagnia di cimici e scarafaggi, ho camminato scalza immersa nel fango freddo e umido -una delle sensazioni più belle in assoluto. Ho imparato a riconoscere i versi degli animali nella notte, a non farmi risucchiare dalla corrente forte, a non cadere in luoghi instabili. Ho sentito addirittura ben due volte qual è il rumore che fa un albero quando cade nella foresta, perché esiste, si sente ed è impressionante.

Perché allora la felicità è un buco nero? Perché le sensazioni di un viaggio da sola nell’imponente natura tropicale ti risucchiano, ti sbattono addosso con una violenza traumatizzante, non ti fanno dormire la notte. L’emozione del viaggio è talmente forte che tutto il resto pare non aver più importanza. Si diventa immuni allo stupore per le cose già conosciute -ormai sono baggianate- si è dipendenti e bramosi di nuove scoperte. La fame di novità è il motore della giornata, la leva che spinge ad alzarsi dal letto al mattino e ad usare tutto il giorno le proprie energie per muoversi in un particolare spazio tempo in cui l’obiettivo è uno solo: giungere per la notte al riparo, in un letto che non sia mai lo stesso della mattina precedente.

Viaggiando ci si rende conto di quanto vasto sia il mondo, di quante cose ci siano da scoprire, di quanto inutile sia buttare i propri giorni ad annoiarsi, quando il mondo ha bisogno di noi, in ogni angolo e in ogni momento. E anche noi abbiamo bisogno di questo mondo, perché siamo parte di esso, abbiamo solo il dovere di imparare ad ascoltarlo. Ma  la disponibilità di tutto questo tempo libero non perdona, questa immensa vastità e le infinite possibilità di movimento ci mettono di fronte a continue scelte. E, anche in viaggio, i bivi pretendono immediate e difficili risposte: questo comporta ansia, parecchia ansia.

Siamo abituati a dover sempre fare la cosa giusta -come se poi questa esistesse davvero- a perfezionarci, a pretendere il meglio da e per noi stessi. Fare la scelta di seguire quel cammino comporta la rinuncia di quell’altro, di cui non si avrà mai la possibilità di vedere cosa potesse riservarci.

Ma allora come si fa a sapere quale? Come ci si fa a portarsi dove si dovrebbe arrivare? Viaggiando soli nel mondo inizia ad esserci un conflitto aperto tra il dovrei e il vorrei : diventa difficile a volte persino riconoscerli, per la maggior parte invece sono assolutamente inconciliabili. Tutto ciò accade nel regime del potrei, come sovrano assoluto, che ci guida nella consapevolezza dell’essere liberi. E allora mi ritrovo così, a meno di due mesi dalla fine della mia esperienza, a tormentare la mia stanca mente con risposte a cui non so porre le giuste domande. Ora so che il mondo è grande, che con una laurea in nuove tecnologie della comunicazione potrei lavorare ovunque, che esprimermi bene in altre lingue mi da soddisfazioni incredibili, che quando me la devo cavare da sola riesco a dare il meglio di me stessa. Però, purtroppo, so anche che la luce calda del tramonto d’estate alle otto di sera mi manca da morire, che un espresso è per me il vero gusto del caffè, che l’ironia dei miei amici di Pinerolo è ineguagliabile, che fare mattinata sul Po con i miei compagni di università mi regala un’armonia unica, che guardare il Monviso bianco dalla finestra di casa è una delle cose più belle del mondo, che il nostro vino, le nostre langhe e il panino con la mortazza non esistono da nessun’altra parte. Sono in un limbo ingannatore e tentatore che mi confonde e mi destabilizza. Quelli come me, si ritrovano a recarsi da soli nello Starbucks della città di turno, ad utilizzarne il wifi per mandare curricula a tutto spiano, per annunci di lavoro trovati in almeno quindici motori di ricerca, come minimo in cinque Paesi, in almeno tre lingue e quattro formati. Siamo titolati, siamo curiosi, siamo poliglotti, siamo ambiziosi: tutto ciò però non basta più per avere il lavoro che meriteremmo. Continuiamo allora a vagare per il mondo facendo molteplici lavori, rispondendo a capi diversi, collaborando con colleghi dalle svariate culture -come se fosse facile!- per farci esperienza e due soldi per pagarci un ulteriore master per ottenere maggiori possibilità. Da qui ti voglio bene Italia, ma alle volte il sentimento di rabbia per la mancanza di meritocrazia è troppo forte e mi obbliga ad andare sempre più lontano. Mia sorella abita a Boston, mio fratello cresce i suoi figli in Francia, mentre mia sorella maggiore, che ha deciso di rimanere in Italia, ha tre diversi lavori e una forza di volontà immensa ma che non le permette di certo di vivere nel lusso. E io continuo a vagare, un po’ per piacere e un po’ per necessità, incerta e indecisa sul da farsi. Viaggiando sto sposando valori che tu, Bel Paese, non mi avevi insegnato, che mi allontanano sempre un po’ di più da te e dalla stessa me pre partenza. Non so che ne sarà di me a partire da settembre, non so se rientrare da te, se continuare qui in America Latina, in una società che è comunque decisamente più maschilista, o se andare a conoscere un nuovo posto con più possibilità, come il Canada.

Non lo so in maniera più assoluta e questo mi fa sentire un po’ persa.

Perlomeno adesso, qui in Costa Rica, quando il peso del futuro è troppo forte, in attesa di risposte, posso recarmi al mare in qualunque momento e affogare le mie paure tra le onde dell’oceano.

Facendo una bella capriola, come piace a me.

 

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