La Tempesta Tropicale

Venerdì 13, ore 17.00.

Pioggia e tanta voglia di andare al mare.

Quando uno vive in Costa Rica ha il privilegio di poter andare al mare tutto l’anno, anche d’inverno. Il felice Paese non conosce infatti le quattro stagioni, vive di quattro mesi di sole cuocente e altri otto di piogge. Qui gli acquazzoni sono all’ordine del giorno, ogni buon costaricense viaggia con l’ombrello in borsa, sempre a portata. Motivo per cui, anche se il cielo aveva il colore del cemento da oltre un mese, avevamo deciso di organizzare una bella macchinata da 5 persone e andare ai Caraibi a rilassarci un po’.

Raul, Marie e Jason erano già in viaggio verso Puerto Viejo mentre io, Corinne, Sebas e il Parce stavamo preparando il nostro zaino in attesa dell’arrivo di Laura, ovviamente in ritardo. L’ahorita tica è un concetto davvero indefinibile: letteralmente vuol dire ora, adesso ma in pratica non significa nulla. Potrebbe voler dire tra un’ora, o stasera, o domani o perfino mai. Quindi il messaggio di Laura “Ahorita voy” ci aveva lasciato nello scazzo dell’incertezza, nell’attesa che forse- o forse no- entro qualche ora saremmo partiti davvero per raggiungere il Rocking J’s entro sera.

San José-Puerto Viejo distano circa 216 chilometri, cioè poco più del tratto Torino-Milano. In Europa un tratto del genere si percorre in un paio d’ore, ma qui in centro America vuol dire sempre perlomeno il doppio. Avevamo calcolato quindi di arrivare al massimo entro mezzanotte, così da spaparanzarci accanto a un bel falò e approfittare della notte.

Laura fece la sua comparsa a Casa Selva tre ore e mezza dopo l’orario stabilito, con una tranquillità che nemmeno i siciliani possono comprendere. Ci avvisò inoltre, come se nulla fosse, che saremmo ancora dovuti passare in un paio di posti a fare qualche commissione. E va bè, cuore in pace, alla fine si stava andando a rilassarsi. Finestrini chiusi, aria condizionata, qualche birretta e un cappello di paglia, e via, pronti per una vacanza indimenticabile.

Ci immettemmo quindi sulla Ruta 32 intorno alle 19.30, cantando a squarciagola sulle note di Sean Paul. Sebas, fotografo argentino e chitarrista a tempo perso, era contrariato all’ascolto di questo tipo di musica, ma noi donne eravamo troppo felici nel ricordare i tempi liceali e quindi la spuntammo. Viaggiare in cinque in macchina non è mai comodo, specialmente quando sei lo sfigato che deve sedere al centro sui sedili posteriori. Cioè io. L’umidità in Costa Rica raggiunge il 100%, quindi a nemmeno un’ora dalla partenza la mia gamba sinistra era già un tutt’uno con quella del Parce che mi sedeva accanto. Che caldo. Fortunatamente però le strade fanno perdonare la loro infinita lunghezza regalando paesaggi da cartolina che lasciano col cuore in gola. Ho viaggiato molto per la Costa Rica negli ultimi tempi, ma posso dirvi in tutta onestà che la ruta 32, la San José- Limón, nel tratto in cui attraversa il parco nazionale Braulio Carrillo, è in assoluto la mia preferita. La strada, chiamata anche Carretera della Morte, passa infatti esattamente dentro al bosco montuoso, famoso per essere composto da piante sempreverdi di oltre 10 metri di altezza e costantemente avvolto dalla nebbia più fitta. Palme, pini, querce, felci e oltre 2.200 specie di piante a me sconosciute, si susseguono per oltre 40 chilometri senza far passare nemmeno un raggio di sole. Il bosco si richiude su se stesso dando l’impressione di cadere addosso ai passanti e di inghiottirli senza scampo. Ancora non sapevo quanto quella sensazione sarebbe stata reale. Passando per questa strada, racchiusa nella natura selvaggia che si sviluppa su pareti scoscese ambo i lati, ci si sente piccoli, insignificanti e impauriti. Non mi sorprende affatto che Spielberg abbia partorito proprio qui l’idea di girare Jurassic Park; tutto ciò che c’era attorno alla nostra piccola auto era sorprendentemente gigantesco. Ma  questo splendido verde può esistere solo grazie a una cosa: la pioggia, infinita pioggia. Si calcola che in media cadano oltre 5.000 mm di pioggia annua (per intenderci nelle zone più piovose in Italia ne cadono circa 2500-3000 mm). Appena uscimmo dal tunnel del Zurquí, che collega la capitale al bosco pluviale, ci ritrovammo all’interno del Braulio Carrillo sotto un’acquazzone impressionante. La strada non si vedeva, il rumore delle gocce sulla carrozzeria era così violento da annullare completamente la voce giamaicana che risuonava nella nostra auto fino a un secondo prima. Tutto intorno era buio pesto, non si riusciva a vedere nulla più del riflesso bianco dei nostri fari sull’acqua che ricopriva l’asfalto a un metro da noi. Nel nostro abitacolo calò il silenzio, ognuno era attento a cercare di comprendere la sorte del cammino davanti a noi. Fortunatamente Laura non perse la calma, da buona autista Uber 5 stelle continuò la sua marcia senza fiatare.

Un’ora di silenzio dopo eravamo fuori dal parco, illesi e contenti, con ancora il cappello di paglia in testa. Finalmente la pioggia stava diminuendo; si riaprirono i finestrini e qualcuno si accese una sigaretta. Tutta questa tensione ci aveva messo molta fame: decidemmo insieme di fermarci alla prima soda che avremmo incontrato. Mangiammo buon pesce e bevemmo batidos di frutta giganti, brindando all’inizio della nostra vacanza. Ci rimettemmo in marcia e nemmeno 20 minuti dopo eravamo già fermi in coda. Waze ci stava avvisando che c’era un rallentamento di 40 minuti, per cui Laura spense l’auto e ci rassegnammo all’attesa. La pioggia riniziò a battere brutalmente sulle nostre teste. Benissimo, eravamo segregati in macchina. Tirai allora fuori il cellulare e vidi delle chiamate perse di Marie. Un messaggio audio. Mi misi in ascolto e sentii la sua voce stridula e troppo acuta. Che strano, di solito con il suo tono francese quasi bisbiglia. Abbassai allora il volume e sentii in sottofondo le imprecazioni scozzesi di Raul sovrapporsi alle parole di Marie. Parlavano con ansia di acqua, molta acqua, e di paura usando frasi del tipo “siamo passati per miracolo, poteva finire male, l’acqua era così alta da arrivare al finestrino”. Ma la reazione di tutti in quel momento fu unanime. Percepire il pericolo di un’altra persona è davvero difficile, poiché tutti siamo abituati a sdrammatizzare e a credere che tutto andrà bene -o a drammatizzare troppo e quindi non avere credibilità. I Latini presenti in macchina scoppiarono a ridere, argomentando le loro risate con frasi del tipo “Gli europei non hanno mai visto un po’ di pioggia? Non sanno che qui c’è sempre acqua? Non sono proprio abituati, che esagerazione!”. Io rimasi un po’ perplessa, ma alla fine mi dissi che in effetti era normale che in questa stagione sui Caraibi piovesse molto e che quindi non ci fosse nessun pericolo reale. Nel frattempo però iniziai comunque a guardare ostelli in zona Limón, nel caso in cui avessimo deciso di fermarci per strada e proseguire il viaggio l’indomani. Le poche proposte di Booking erano però fuori budget e inoltre Limón non era nemmeno una zona sicura dove parcheggiare l’auto. Abbandonai quindi l’idea. Superammo la coda, causata da diversi incidenti d’auto e alberi caduti in mezzo alla strada e prendemmo la biforcazione in direzione Puerto Viejo. La pioggia sembrava aumentare ulteriormente mentre scollinavamo per scendere a livello del mare, lasciandoci nell’ansia generale di una guida difficile.

Nemmeno 15 minuti dopo, giungendo nella piana, a 30 chilometri dalla nostra meta di vacanze, ci si presentò davanti un paesaggio inaspettato. Ai bordi della strada si sviluppavano in successione piccole case umili di latta e legno che delimitavano la zona della giungla caraibica. Questa bellissima zona, che io conoscevo già bene, è caratterizzata normalmente dai colori pastello delle case e dal verde brillante delle palme da cocco retrostanti. Ma non più, non in quel momento. Tutto ciò che circondava la nostra auto era del colore scuro della terra. Le case erano completamente sommerse dall’acqua, le palme giacevano al suolo senza vita, la strada principale si era trasformata in un fiume in piena, il tutto nel buio più assoluto. La corrente elettrica se n’era andata, rimaneva solo qualche palo che emetteva scoppianti e terrificanti scintille a intermittenza. Uomini organizzati in gruppo cercavano di salvare i propri pochi averi dalle abitazioni mentre le donne avvolgevano nei panni i bimbi portati in salvo dal fango. Impietriti da tanta disgrazia, continuavamo ad avanzare nell’acqua senza meta, senza porre domande e senza pretendere risposte. Attorno a noi i recinti delle piccole fattorie erano sommersi dall’acqua: i pali di legno bloccavano la fuga a capre e mucche, lasciandole incapaci di salvarsi. Fu straziante vedere persone in difficoltà e animali in pericolo di vita e non poter fare niente. Ci rendemmo conto della gravità della situazione e dopo un paio di chilometri decidemmo di fermarci. Era ormai evidente, senza bisogno di dirci nulla, che non avremmo potuto proseguire il nostro cammino. Laura abbassò il finestrino in mezzo alla tempesta, permettendo all’acqua fredda di entrare in auto, per chiedere a un signore locale un luogo sicuro per parcheggiare l’auto e metterci al riparo. Dovette gridare per farlo, il rumore della pioggia copriva ogni cosa. Ci indicarono il ciglio della strada, davanti a un gruppo di case allagate. La strada per Puerto Viejo era ricoperta da un metro d’acqua, non avremmo potuta attraversarla. Non potevamo fare nulla: inermi, impotenti, soli e insieme in mezzo a un pericolo reale. E’ in certi momenti che ci si rende conto di cosa significhi la nobiltà umana: non è data da ciò che si possiede, né dal ceto sociale a cui si appartiene. La nobiltà, per me, è una signora che possiede molto poco, che ha una casa allagata, che aiuta i vicini ad allestire a dormitorio il salone comunale per gli sfollati e che offre a noi ragazzi di città -belli e profumati con un cappello di paglia per andare in vacanza- un container chiuso con un materasso per permetterci di passare la notte e alzarci in piedi a sgranchire le gambe, dopo oltre sette ore di macchina. Grazie a questa famiglia potemmo così dividerci e riposare noi tre ragazze nell’auto e i due ragazzi nel camion, sotto un’infinità di fulmini, vento e acqua che saliva dal suolo e scendeva dal cielo. L’ultima cosa che vidi prima di cadere nel sonno profondo fu l’acqua sporca che raggiungeva il ciglio della strada.

Cinque ore dopo, con le prime luci dell’alba, ci stavamo svegliando per capire il da farsi.  La dolce signora ci aveva persino preparato un caffè e permesso di usare il suo bagno. Non ero mai entrata in una casa così umile. Non aveva mobili, il portaspazzolino era fatto con un fondo di una vecchia bottiglia di plastica. Ringraziammo con il cuore in mano. In quel momento mi sentì fortunata di aver un telefono con l’accesso a Internet, perché ci facilitò tutto. Potei così comunicare con gli altri amici e leggere le notizie per capire come muoverci. La prima foto che vidi quando Google terminò il suo lento caricamento fu agghiacciante. Eravamo in auto a decidere che fare, incerti se provare a proseguire un po’ o se tornare indietro, mentre gli animi pulsavano per raggiungere un posto sicuro e ottenere la vacanza tanto desiderata. La notizia che diedi cambiò tutto. L’articolo parlava proprio della Ruta 32: nella notte erano stati registrati almeno 80 incidenti stradali sulla strada da noi percorsa, due dei quali riportavano morti. Ma non era tutto. La parte di strada che attraversava il Braulio Carrillo si era davvero richiusa su se stessa. La montagna era franata nemmeno un’ora dopo il nostro passaggio, intrappolando come topi oltre duecento persone sulla strada. Morale della favola: non si poteva più tornare indietro, una parte della strada per San José non esisteva più. Non ci rimaneva che provare ad andare avanti. Non potevamo fermarci dove eravamo perché le case erano allagate, non c’erano alberghi né strutture raggiungibili nei dintorni, né strade alternative. Provammo quindi a superare il primo ostacolo, una parte di strada ricoperta di acqua. Fortunatamente non era molto lunga né molto profonda. Usciti dal pericolo esultammo abbracciandoci e continuammo ad avanzare. Il cielo si stava aprendo, l’acqua pareva asciugarsi e noi eravamo a 20 chilometri dall’arrivo. Laura accelerava e Sean Paul aveva riniziato a cantare, facendo crescere in noi la speranza di indossare un bikini e dimenticare la nottata. Tutto sembrava mettersi per il meglio.

Dieci chilometri dopo ci avvicinammo alla piantagione di banane Chiquita, in una piana tra due fiumi. Superato il primo ponte scorgemmo una fila di auto. Tutte spente. Brutto segnale. Stanchi, accaldati, sporchi e mezzi infastiditi scendemmo dall’auto e camminammo fino al punto iniziale della coda, in cui si presentò una realtà che non avremmo voluto vedere. La strada e i campi tutt’intorno erano completamente sommersi dall’acqua mista a fango, e nel punto medio la corrente era davvero forte. Il rischio era quello di essere trascinati via. Fu quello il momento in cui la positività mi abbandonò. Decisi quindi di fare un video alla mia famiglia, mi sentivo stupida a trovarmi tanto lontano da casa ed essermi messa in una situazione di pericolo. Non sapevamo cosa fare: aspettammo due ore immobili a guardare la piena distruggere tutto. Decidemmo poi di tornare indietro, verso quel paesino, per cercare acqua e cibo e informarci su come e dove poter passare la notte. Sul cammino trovammo una soda aperta in cui ci rifugiammo. Dopo aver mangiato un gallo pinto con uova e avocado puntai all’amaca tesa vicino ai tavoli. E’ strano, ma avevo deciso di lottare contro la paura e l’ansia abbandonandomi al sonno. Dieci minuti dopo già dormivo profondamente.

Al mio risveglio i miei compagni di viaggio erano decisi a ritornare alla piantagione di banane e tentare di attraversare. Ci ripetemmo l’un l’altro che in qualche modo ce l’avremmo fatta. Quando ci si trova a stretto contatto in una situazione di disagio l’amicizia sembra diventare in un lampo molto più forte. Eravamo insieme e insieme ce l’avremmo fatta. Giunti al punto di non ritorno trovammo la stessa situazione, ma con il doppio dei veicoli. Corsi a vedere da vicino la situazione e osservai alcuni impavidi e impazienti 4×4 imbarcarsi e tentare la sorte. Alcuni scomparvero dietro la curva, altri si fermarono nel mio campo visivo rimanendo bloccati nel punto più profondo. Che strazio. Ma a quel punto un signore si avvicinò e mi disse che una gru dall’altra parte stava traghettando le auto più piccole per 10.000 colonne. Avvisai i miei compagni e ci dividemmo immediatamente in mezzo alla folla. Io andai a cercare informazioni sulla gru mentre Laura e il Parce corsero verso la macchina per avvicinarla al bordo di quello che ormai si poteva definire un fiume. Non trovavo nessuno che sapesse aiutarmi e avevo il terrore di dover aspettare per tutto il giorno i veicoli davanti a noi. Ero stanca. Sentii la voce di Sebas che mi chiamava facendomi segno di tornare indietro. Iniziai a correre verso i miei amici senza capire cosa stesse succedendo. Quando arrivai all’auto vidi che il Parce era salito sopra un camion e Laura stava eseguendo delle manovre in mezzo alle altre auto spente. Un piccolo camioncino era arrivato dal nostro lato per traghettare le nostre anime al costo di 20.000 colonne. Non ci pensammo nemmeno per un secondo, in meno di dieci minuti eravamo già sopra. Increduli e incerti sulla sicurezza della nostra azione ci affidammo al signore spavaldo con canotta bianca e panciotto. L’attraversamento di quel tratto, chiusi in una macchina sopra a un piccolo camioncino aperto, fu davvero lungo e intenso. Come in una competizione automobilistica altri tre veicoli partirono con noi: due SUV4x4 e una moto. Dall’alto della nostra postazione era tutto diverso: vedevamo le piante di banana tormentate da una natura troppo feroce,  mentre i volti sofferenti delle persone sulla riva si allontanavano sempre più. Eravamo eccitati, impauriti e curiosi di vedere come sarebbe finita, di scoprire cosa ci fosse oltre quella la curva. Dopo trecento metri l’uomo in moto fu sommerso fino ai gomiti, cento metri ancora e il SUV bianco con a bordo una famiglia perse potenza e si spense. Noi non potevamo fare nulla, se non sperare di farcela ed arrivare salvi sull’altra sponda. Era come andare in barca, ma su un camion. Non vi nascondo che l’esperienza è stata davvero adrenalinica, ci sentivamo come bambini saliti di nascosto su una giostra ancora vietata a quelli della loro età. Ci guardavamo sorridendo, felici di stare bene e ormai sicuri di arrivare alla nostra meta e raggiungere i nostri amici. Non so esattamente quanto durarono quei tre chilometri nell’acqua oscura, ma sembrò davvero tanto.  In qualche modo arrivammo davvero dall’altra parte e la situazione era esattamente la stessa: file di macchine in attesa di attraversare e diverse persone a piedi sul ciglio della strada a osservare in silenzio senza una soluzione. Scendendo dal piccolo camion le persone ci accerchiarono velocemente a chiedere informazioni sul tratto e a contrattare con il signore con canottiera e panciotto per giungere sull’altra sponda. Sorprendentemente notai che non aveva più l’aria spavalda e mentre ci allontanavamo scorsi la sua sagoma girare attorno al veicolo per verificare i danni subiti, rifiutando con il capo le offerte attorno a sé. Era stato veramente troppo pericoloso e giustamente non valeva più la pena rischiare di nuovo solo per soldi. Noi eravamo finalmente sulla strada giusta, a pochi chilometri dal nostro traguardo.

Laura alzò la musica, io e Corinne comprammo un paio di birre in un alimentari mentre si cantava e strillava tutti insieme dalla gioia. Ventidue ore dopo la partenza stavamo finalmente facendo il nostro ingresso a Puerto Viejo: epico. Potevamo sembrare ragazzi tamarri in cerca di attenzioni, invece eravamo giovani adulti felici di essere vivi, sani e adesso anche al sicuro. A Puerto Viejo la corrente elettrica era mancata per 24 ore, il paese era in subbuglio. Al nostro campeggio era partito il server centrale, non potevano farci il check-in. Nessun problema, ormai eravamo pronti ad affrontare qualunque difficoltà. Utilizzammo i bagni per cambiarci e poi via, diretti in spiaggia a Punta Uva. Non posso descrivere quale sia stata la gioia di incontrare Raul, Marie e Jason, lì per caso. Dopo esserci visti da lontano ci corremmo tutti incontro, abbracciandoci forte e raccontandoci le rispettive e assurde esperienze. Il bagno al tramonto nell’oceano per liberarci dalle ansie accumulate rimarrà nei miei ricordi nella cartella dei momenti più intensi. Alla fine la vacanza è riuscita bene, anche se la pioggia ci ha dato tregua solo per un pomeriggio. Ma non ci importava: eravamo grati alla vita, riconoscenti della fortuna che avevamo avuto ad essere ancora lì, bramosi di giovare a pieno di quella vacanza così difficile da conquistare. E’ stata un’esperienza davvero impegnativa ma sono felice di averla condivisa con persone forti, ferme e tranquille. Il gruppo non è mai stato preso dal panico, ha sempre cercato soluzioni e accettato le circostanze. Da questa avventura mi porterò dietro una maggiore positività: se penso a quante volte in Italia ci si scalda per piccolezze ora, da qui, mi viene da ridere. I ticos davanti a un pericolo reale non hanno mai smesso di aiutarsi l’un l’altro con serenità, ogni volta che ci siamo fermati a chiedere aiuto e consiglio abbiamo trovato persone gentili e disponibili con noi, anche quando immerse nel fango fino alla cinta. Nessuno si è mai permesso di drammatizzare più di quanto non fosse necessario. Anzi, durante tutto il viaggio non abbiamo mai smesso di riderci su e crederci.

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