La Tempesta Tropicale

Venerdì 13, ore 17.00.

Pioggia e tanta voglia di andare al mare.

Quando uno vive in Costa Rica ha il privilegio di poter andare al mare tutto l’anno, anche d’inverno. Il felice Paese non conosce infatti le quattro stagioni, vive di quattro mesi di sole cuocente e altri otto di piogge. Qui gli acquazzoni sono all’ordine del giorno, ogni buon costaricense viaggia con l’ombrello in borsa, sempre a portata. Motivo per cui, anche se il cielo aveva il colore del cemento da oltre un mese, avevamo deciso di organizzare una bella macchinata da 5 persone e andare ai Caraibi a rilassarci un po’.

Raul, Marie e Jason erano già in viaggio verso Puerto Viejo mentre io, Corinne, Sebas e il Parce stavamo preparando il nostro zaino in attesa dell’arrivo di Laura, ovviamente in ritardo. L’ahorita tica è un concetto davvero indefinibile: letteralmente vuol dire ora, adesso ma in pratica non significa nulla. Potrebbe voler dire tra un’ora, o stasera, o domani o perfino mai. Quindi il messaggio di Laura “Ahorita voy” ci aveva lasciato nello scazzo dell’incertezza, nell’attesa che forse- o forse no- entro qualche ora saremmo partiti davvero per raggiungere il Rocking J’s entro sera.

San José-Puerto Viejo distano circa 216 chilometri, cioè poco più del tratto Torino-Milano. In Europa un tratto del genere si percorre in un paio d’ore, ma qui in centro America vuol dire sempre perlomeno il doppio. Avevamo calcolato quindi di arrivare al massimo entro mezzanotte, così da spaparanzarci accanto a un bel falò e approfittare della notte.

Laura fece la sua comparsa a Casa Selva tre ore e mezza dopo l’orario stabilito, con una tranquillità che nemmeno i siciliani possono comprendere. Ci avvisò inoltre, come se nulla fosse, che saremmo ancora dovuti passare in un paio di posti a fare qualche commissione. E va bè, cuore in pace, alla fine si stava andando a rilassarsi. Finestrini chiusi, aria condizionata, qualche birretta e un cappello di paglia, e via, pronti per una vacanza indimenticabile.

Ci immettemmo quindi sulla Ruta 32 intorno alle 19.30, cantando a squarciagola sulle note di Sean Paul. Sebas, fotografo argentino e chitarrista a tempo perso, era contrariato all’ascolto di questo tipo di musica, ma noi donne eravamo troppo felici nel ricordare i tempi liceali e quindi la spuntammo. Viaggiare in cinque in macchina non è mai comodo, specialmente quando sei lo sfigato che deve sedere al centro sui sedili posteriori. Cioè io. L’umidità in Costa Rica raggiunge il 100%, quindi a nemmeno un’ora dalla partenza la mia gamba sinistra era già un tutt’uno con quella del Parce che mi sedeva accanto. Che caldo. Fortunatamente però le strade fanno perdonare la loro infinita lunghezza regalando paesaggi da cartolina che lasciano col cuore in gola. Ho viaggiato molto per la Costa Rica negli ultimi tempi, ma posso dirvi in tutta onestà che la ruta 32, la San José- Limón, nel tratto in cui attraversa il parco nazionale Braulio Carrillo, è in assoluto la mia preferita. La strada, chiamata anche Carretera della Morte, passa infatti esattamente dentro al bosco montuoso, famoso per essere composto da piante sempreverdi di oltre 10 metri di altezza e costantemente avvolto dalla nebbia più fitta. Palme, pini, querce, felci e oltre 2.200 specie di piante a me sconosciute, si susseguono per oltre 40 chilometri senza far passare nemmeno un raggio di sole. Il bosco si richiude su se stesso dando l’impressione di cadere addosso ai passanti e di inghiottirli senza scampo. Ancora non sapevo quanto quella sensazione sarebbe stata reale. Passando per questa strada, racchiusa nella natura selvaggia che si sviluppa su pareti scoscese ambo i lati, ci si sente piccoli, insignificanti e impauriti. Non mi sorprende affatto che Spielberg abbia partorito proprio qui l’idea di girare Jurassic Park; tutto ciò che c’era attorno alla nostra piccola auto era sorprendentemente gigantesco. Ma  questo splendido verde può esistere solo grazie a una cosa: la pioggia, infinita pioggia. Si calcola che in media cadano oltre 5.000 mm di pioggia annua (per intenderci nelle zone più piovose in Italia ne cadono circa 2500-3000 mm). Appena uscimmo dal tunnel del Zurquí, che collega la capitale al bosco pluviale, ci ritrovammo all’interno del Braulio Carrillo sotto un’acquazzone impressionante. La strada non si vedeva, il rumore delle gocce sulla carrozzeria era così violento da annullare completamente la voce giamaicana che risuonava nella nostra auto fino a un secondo prima. Tutto intorno era buio pesto, non si riusciva a vedere nulla più del riflesso bianco dei nostri fari sull’acqua che ricopriva l’asfalto a un metro da noi. Nel nostro abitacolo calò il silenzio, ognuno era attento a cercare di comprendere la sorte del cammino davanti a noi. Fortunatamente Laura non perse la calma, da buona autista Uber 5 stelle continuò la sua marcia senza fiatare.

Un’ora di silenzio dopo eravamo fuori dal parco, illesi e contenti, con ancora il cappello di paglia in testa. Finalmente la pioggia stava diminuendo; si riaprirono i finestrini e qualcuno si accese una sigaretta. Tutta questa tensione ci aveva messo molta fame: decidemmo insieme di fermarci alla prima soda che avremmo incontrato. Mangiammo buon pesce e bevemmo batidos di frutta giganti, brindando all’inizio della nostra vacanza. Ci rimettemmo in marcia e nemmeno 20 minuti dopo eravamo già fermi in coda. Waze ci stava avvisando che c’era un rallentamento di 40 minuti, per cui Laura spense l’auto e ci rassegnammo all’attesa. La pioggia riniziò a battere brutalmente sulle nostre teste. Benissimo, eravamo segregati in macchina. Tirai allora fuori il cellulare e vidi delle chiamate perse di Marie. Un messaggio audio. Mi misi in ascolto e sentii la sua voce stridula e troppo acuta. Che strano, di solito con il suo tono francese quasi bisbiglia. Abbassai allora il volume e sentii in sottofondo le imprecazioni scozzesi di Raul sovrapporsi alle parole di Marie. Parlavano con ansia di acqua, molta acqua, e di paura usando frasi del tipo “siamo passati per miracolo, poteva finire male, l’acqua era così alta da arrivare al finestrino”. Ma la reazione di tutti in quel momento fu unanime. Percepire il pericolo di un’altra persona è davvero difficile, poiché tutti siamo abituati a sdrammatizzare e a credere che tutto andrà bene -o a drammatizzare troppo e quindi non avere credibilità. I Latini presenti in macchina scoppiarono a ridere, argomentando le loro risate con frasi del tipo “Gli europei non hanno mai visto un po’ di pioggia? Non sanno che qui c’è sempre acqua? Non sono proprio abituati, che esagerazione!”. Io rimasi un po’ perplessa, ma alla fine mi dissi che in effetti era normale che in questa stagione sui Caraibi piovesse molto e che quindi non ci fosse nessun pericolo reale. Nel frattempo però iniziai comunque a guardare ostelli in zona Limón, nel caso in cui avessimo deciso di fermarci per strada e proseguire il viaggio l’indomani. Le poche proposte di Booking erano però fuori budget e inoltre Limón non era nemmeno una zona sicura dove parcheggiare l’auto. Abbandonai quindi l’idea. Superammo la coda, causata da diversi incidenti d’auto e alberi caduti in mezzo alla strada e prendemmo la biforcazione in direzione Puerto Viejo. La pioggia sembrava aumentare ulteriormente mentre scollinavamo per scendere a livello del mare, lasciandoci nell’ansia generale di una guida difficile.

Nemmeno 15 minuti dopo, giungendo nella piana, a 30 chilometri dalla nostra meta di vacanze, ci si presentò davanti un paesaggio inaspettato. Ai bordi della strada si sviluppavano in successione piccole case umili di latta e legno che delimitavano la zona della giungla caraibica. Questa bellissima zona, che io conoscevo già bene, è caratterizzata normalmente dai colori pastello delle case e dal verde brillante delle palme da cocco retrostanti. Ma non più, non in quel momento. Tutto ciò che circondava la nostra auto era del colore scuro della terra. Le case erano completamente sommerse dall’acqua, le palme giacevano al suolo senza vita, la strada principale si era trasformata in un fiume in piena, il tutto nel buio più assoluto. La corrente elettrica se n’era andata, rimaneva solo qualche palo che emetteva scoppianti e terrificanti scintille a intermittenza. Uomini organizzati in gruppo cercavano di salvare i propri pochi averi dalle abitazioni mentre le donne avvolgevano nei panni i bimbi portati in salvo dal fango. Impietriti da tanta disgrazia, continuavamo ad avanzare nell’acqua senza meta, senza porre domande e senza pretendere risposte. Attorno a noi i recinti delle piccole fattorie erano sommersi dall’acqua: i pali di legno bloccavano la fuga a capre e mucche, lasciandole incapaci di salvarsi. Fu straziante vedere persone in difficoltà e animali in pericolo di vita e non poter fare niente. Ci rendemmo conto della gravità della situazione e dopo un paio di chilometri decidemmo di fermarci. Era ormai evidente, senza bisogno di dirci nulla, che non avremmo potuto proseguire il nostro cammino. Laura abbassò il finestrino in mezzo alla tempesta, permettendo all’acqua fredda di entrare in auto, per chiedere a un signore locale un luogo sicuro per parcheggiare l’auto e metterci al riparo. Dovette gridare per farlo, il rumore della pioggia copriva ogni cosa. Ci indicarono il ciglio della strada, davanti a un gruppo di case allagate. La strada per Puerto Viejo era ricoperta da un metro d’acqua, non avremmo potuta attraversarla. Non potevamo fare nulla: inermi, impotenti, soli e insieme in mezzo a un pericolo reale. E’ in certi momenti che ci si rende conto di cosa significhi la nobiltà umana: non è data da ciò che si possiede, né dal ceto sociale a cui si appartiene. La nobiltà, per me, è una signora che possiede molto poco, che ha una casa allagata, che aiuta i vicini ad allestire a dormitorio il salone comunale per gli sfollati e che offre a noi ragazzi di città -belli e profumati con un cappello di paglia per andare in vacanza- un container chiuso con un materasso per permetterci di passare la notte e alzarci in piedi a sgranchire le gambe, dopo oltre sette ore di macchina. Grazie a questa famiglia potemmo così dividerci e riposare noi tre ragazze nell’auto e i due ragazzi nel camion, sotto un’infinità di fulmini, vento e acqua che saliva dal suolo e scendeva dal cielo. L’ultima cosa che vidi prima di cadere nel sonno profondo fu l’acqua sporca che raggiungeva il ciglio della strada.

Cinque ore dopo, con le prime luci dell’alba, ci stavamo svegliando per capire il da farsi.  La dolce signora ci aveva persino preparato un caffè e permesso di usare il suo bagno. Non ero mai entrata in una casa così umile. Non aveva mobili, il portaspazzolino era fatto con un fondo di una vecchia bottiglia di plastica. Ringraziammo con il cuore in mano. In quel momento mi sentì fortunata di aver un telefono con l’accesso a Internet, perché ci facilitò tutto. Potei così comunicare con gli altri amici e leggere le notizie per capire come muoverci. La prima foto che vidi quando Google terminò il suo lento caricamento fu agghiacciante. Eravamo in auto a decidere che fare, incerti se provare a proseguire un po’ o se tornare indietro, mentre gli animi pulsavano per raggiungere un posto sicuro e ottenere la vacanza tanto desiderata. La notizia che diedi cambiò tutto. L’articolo parlava proprio della Ruta 32: nella notte erano stati registrati almeno 80 incidenti stradali sulla strada da noi percorsa, due dei quali riportavano morti. Ma non era tutto. La parte di strada che attraversava il Braulio Carrillo si era davvero richiusa su se stessa. La montagna era franata nemmeno un’ora dopo il nostro passaggio, intrappolando come topi oltre duecento persone sulla strada. Morale della favola: non si poteva più tornare indietro, una parte della strada per San José non esisteva più. Non ci rimaneva che provare ad andare avanti. Non potevamo fermarci dove eravamo perché le case erano allagate, non c’erano alberghi né strutture raggiungibili nei dintorni, né strade alternative. Provammo quindi a superare il primo ostacolo, una parte di strada ricoperta di acqua. Fortunatamente non era molto lunga né molto profonda. Usciti dal pericolo esultammo abbracciandoci e continuammo ad avanzare. Il cielo si stava aprendo, l’acqua pareva asciugarsi e noi eravamo a 20 chilometri dall’arrivo. Laura accelerava e Sean Paul aveva riniziato a cantare, facendo crescere in noi la speranza di indossare un bikini e dimenticare la nottata. Tutto sembrava mettersi per il meglio.

Dieci chilometri dopo ci avvicinammo alla piantagione di banane Chiquita, in una piana tra due fiumi. Superato il primo ponte scorgemmo una fila di auto. Tutte spente. Brutto segnale. Stanchi, accaldati, sporchi e mezzi infastiditi scendemmo dall’auto e camminammo fino al punto iniziale della coda, in cui si presentò una realtà che non avremmo voluto vedere. La strada e i campi tutt’intorno erano completamente sommersi dall’acqua mista a fango, e nel punto medio la corrente era davvero forte. Il rischio era quello di essere trascinati via. Fu quello il momento in cui la positività mi abbandonò. Decisi quindi di fare un video alla mia famiglia, mi sentivo stupida a trovarmi tanto lontano da casa ed essermi messa in una situazione di pericolo. Non sapevamo cosa fare: aspettammo due ore immobili a guardare la piena distruggere tutto. Decidemmo poi di tornare indietro, verso quel paesino, per cercare acqua e cibo e informarci su come e dove poter passare la notte. Sul cammino trovammo una soda aperta in cui ci rifugiammo. Dopo aver mangiato un gallo pinto con uova e avocado puntai all’amaca tesa vicino ai tavoli. E’ strano, ma avevo deciso di lottare contro la paura e l’ansia abbandonandomi al sonno. Dieci minuti dopo già dormivo profondamente.

Al mio risveglio i miei compagni di viaggio erano decisi a ritornare alla piantagione di banane e tentare di attraversare. Ci ripetemmo l’un l’altro che in qualche modo ce l’avremmo fatta. Quando ci si trova a stretto contatto in una situazione di disagio l’amicizia sembra diventare in un lampo molto più forte. Eravamo insieme e insieme ce l’avremmo fatta. Giunti al punto di non ritorno trovammo la stessa situazione, ma con il doppio dei veicoli. Corsi a vedere da vicino la situazione e osservai alcuni impavidi e impazienti 4×4 imbarcarsi e tentare la sorte. Alcuni scomparvero dietro la curva, altri si fermarono nel mio campo visivo rimanendo bloccati nel punto più profondo. Che strazio. Ma a quel punto un signore si avvicinò e mi disse che una gru dall’altra parte stava traghettando le auto più piccole per 10.000 colonne. Avvisai i miei compagni e ci dividemmo immediatamente in mezzo alla folla. Io andai a cercare informazioni sulla gru mentre Laura e il Parce corsero verso la macchina per avvicinarla al bordo di quello che ormai si poteva definire un fiume. Non trovavo nessuno che sapesse aiutarmi e avevo il terrore di dover aspettare per tutto il giorno i veicoli davanti a noi. Ero stanca. Sentii la voce di Sebas che mi chiamava facendomi segno di tornare indietro. Iniziai a correre verso i miei amici senza capire cosa stesse succedendo. Quando arrivai all’auto vidi che il Parce era salito sopra un camion e Laura stava eseguendo delle manovre in mezzo alle altre auto spente. Un piccolo camioncino era arrivato dal nostro lato per traghettare le nostre anime al costo di 20.000 colonne. Non ci pensammo nemmeno per un secondo, in meno di dieci minuti eravamo già sopra. Increduli e incerti sulla sicurezza della nostra azione ci affidammo al signore spavaldo con canotta bianca e panciotto. L’attraversamento di quel tratto, chiusi in una macchina sopra a un piccolo camioncino aperto, fu davvero lungo e intenso. Come in una competizione automobilistica altri tre veicoli partirono con noi: due SUV4x4 e una moto. Dall’alto della nostra postazione era tutto diverso: vedevamo le piante di banana tormentate da una natura troppo feroce,  mentre i volti sofferenti delle persone sulla riva si allontanavano sempre più. Eravamo eccitati, impauriti e curiosi di vedere come sarebbe finita, di scoprire cosa ci fosse oltre quella la curva. Dopo trecento metri l’uomo in moto fu sommerso fino ai gomiti, cento metri ancora e il SUV bianco con a bordo una famiglia perse potenza e si spense. Noi non potevamo fare nulla, se non sperare di farcela ed arrivare salvi sull’altra sponda. Era come andare in barca, ma su un camion. Non vi nascondo che l’esperienza è stata davvero adrenalinica, ci sentivamo come bambini saliti di nascosto su una giostra ancora vietata a quelli della loro età. Ci guardavamo sorridendo, felici di stare bene e ormai sicuri di arrivare alla nostra meta e raggiungere i nostri amici. Non so esattamente quanto durarono quei tre chilometri nell’acqua oscura, ma sembrò davvero tanto.  In qualche modo arrivammo davvero dall’altra parte e la situazione era esattamente la stessa: file di macchine in attesa di attraversare e diverse persone a piedi sul ciglio della strada a osservare in silenzio senza una soluzione. Scendendo dal piccolo camion le persone ci accerchiarono velocemente a chiedere informazioni sul tratto e a contrattare con il signore con canottiera e panciotto per giungere sull’altra sponda. Sorprendentemente notai che non aveva più l’aria spavalda e mentre ci allontanavamo scorsi la sua sagoma girare attorno al veicolo per verificare i danni subiti, rifiutando con il capo le offerte attorno a sé. Era stato veramente troppo pericoloso e giustamente non valeva più la pena rischiare di nuovo solo per soldi. Noi eravamo finalmente sulla strada giusta, a pochi chilometri dal nostro traguardo.

Laura alzò la musica, io e Corinne comprammo un paio di birre in un alimentari mentre si cantava e strillava tutti insieme dalla gioia. Ventidue ore dopo la partenza stavamo finalmente facendo il nostro ingresso a Puerto Viejo: epico. Potevamo sembrare ragazzi tamarri in cerca di attenzioni, invece eravamo giovani adulti felici di essere vivi, sani e adesso anche al sicuro. A Puerto Viejo la corrente elettrica era mancata per 24 ore, il paese era in subbuglio. Al nostro campeggio era partito il server centrale, non potevano farci il check-in. Nessun problema, ormai eravamo pronti ad affrontare qualunque difficoltà. Utilizzammo i bagni per cambiarci e poi via, diretti in spiaggia a Punta Uva. Non posso descrivere quale sia stata la gioia di incontrare Raul, Marie e Jason, lì per caso. Dopo esserci visti da lontano ci corremmo tutti incontro, abbracciandoci forte e raccontandoci le rispettive e assurde esperienze. Il bagno al tramonto nell’oceano per liberarci dalle ansie accumulate rimarrà nei miei ricordi nella cartella dei momenti più intensi. Alla fine la vacanza è riuscita bene, anche se la pioggia ci ha dato tregua solo per un pomeriggio. Ma non ci importava: eravamo grati alla vita, riconoscenti della fortuna che avevamo avuto ad essere ancora lì, bramosi di giovare a pieno di quella vacanza così difficile da conquistare. E’ stata un’esperienza davvero impegnativa ma sono felice di averla condivisa con persone forti, ferme e tranquille. Il gruppo non è mai stato preso dal panico, ha sempre cercato soluzioni e accettato le circostanze. Da questa avventura mi porterò dietro una maggiore positività: se penso a quante volte in Italia ci si scalda per piccolezze ora, da qui, mi viene da ridere. I ticos davanti a un pericolo reale non hanno mai smesso di aiutarsi l’un l’altro con serenità, ogni volta che ci siamo fermati a chiedere aiuto e consiglio abbiamo trovato persone gentili e disponibili con noi, anche quando immerse nel fango fino alla cinta. Nessuno si è mai permesso di drammatizzare più di quanto non fosse necessario. Anzi, durante tutto il viaggio non abbiamo mai smesso di riderci su e crederci.

Il buco nero della felicità

Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare: guardate le stelle invece dei vostri piedi – Stephen Hawking

Il tempo scorre anche qui, molto velocemente.

Vedo la sabbia nella mia clessidra tica cadere giù senza perdonarmi nulla, non concedendomi tregua nemmeno per un secondo. Allora faccio un passo indietro e guardo questa sleale boccia di vetro da un po’ più lontano: mi rendo conto che due terzi di quella sabbia giacciono già a terra, andati, stanchi, già vissuti. Lì, tra quelle polveri, ci sono i volti, le parole, le esperienze, i desideri e le delusioni conosciute in questi mesi.

La mia esperienza lavorativa si è conclusa un mese fa. Ho passato il mese di giugno a backpackare in giro per il Centro America. Ho visitato la parte caraibica di Panama e percorso tutti gli angoli della Costa Rica, su entrambe le coste. Sarei dovuta andare anche in Nicaragua ma purtroppo non è il momento adatto, i morti continuano ad aumentare e lo scoppio di una rivoluzione alla dittatura di Ortega è alle porte.

Ho passato così gli ultimi trenta giorni a camminare al fresco in montagna alla scoperta di vulcani, a immergermi nelle acque temperate degli oceani, a guardare le albe umide ai Caraibi e i caldi tramonti mozzafiato nel Pacifico. Ho osservato quetzal prendersi cura del proprio nido a Monteverde, orsetti lavatore rubare il cibo ai turisti a Manuel Antonio, enormi granchi blu e arancione cercare fortuna dentro la mia casetta di Montezuma, curiose scimmie Congo dividere il pranzo con me nel parco di Curù, bradipi coraggiosi tuffarsi nell’Oceano Atlantico per venire a conoscermi sulle rive di Isla Solarte, ho visto animali di cui non conoscevo l’esistenza, come il coati e il Gesù Cristo, scendere da una palma nel mio giardino e guardare con sufficienza il mio stupore, pavoni e iguane mangiare insieme gli stessi avanzi in Isla Tortuga, mamme cavalle con i loro puledrini pascolare liberi tra le strade di Samara, falene enormi come pipistrelli girare attorno alla luce del mio balcone, facendomi scappare col batticuore nella mia stanza a sud della penisola di Nicoya, ho visto piccoli colibrì colorati cantare a tutta forza per conquistare le piccole colibrine della Fortuna, branchi di cervi convivere insieme a coccodrilli, bradipi e scimmie nei dintorni di Quepos, serpenti e rane velenose muoversi tra le piante del Castillo, stanchi pellicani scambiare per pesci le bottiglie di plastica sulle spiagge di Guanacaste, mucche e zebù arrampicarsi su ripide colline verde brillante attorno a Puntarenas, roditori grossi come cani pascolare nel giardino di Cahuita, piccoli caimani dormire tranquilli tra le acque dolci di Tortuguero, iguane obese di oltre un metro riposare sugli alberi di Nicoya. Ho condiviso il mio tempo con numerose persone e tantissimi animali, conoscendo nuovi profumi, imparando nuove lezioni sul mondo. Ho imparato a riconoscere i versi degli animali, alcuni nomi e funzioni delle piante; ho capito che in natura per molte specie è l’esemplare maschio a essere più bello e colorato per riuscire a conquistare la femmina. Ho provato a non spaventarmi quando le scimmie urlatrici gridano come forze malvagie nelle tenebre della giungla, a non aver troppo timore della natura ma a non essere nemmeno incosciente, apprendendo che con un po’ di attenzione si può camminare anche di notte nell’oscurità della foresta selvaggia, abitata da puma, giaguari e coccodrilli, perché la vera vita non è un film horror -anche se il mio cuore pulsava con tutta la forza. Ho passato il mio tempo a guidare un 4×4 su strade ripide, sterrate, senza segnalazioni e con crateri giganteschi. L’altra metà l’ho passato in minuscole barche a remi, alla ricerca di pesci e alligatori. Ho visto coralli e stelle marine giganti senza bisogno di una maschera, poiché immerse in un’acqua più trasparente delle mie emozioni nel vederle. Ho cercato di respirare forte in mezzo alle tempeste tropicali, dove le gocce d’acqua hanno le dimensioni dei nostri chicchi di grandine e i fulmini si susseguono senza sosta tutto intorno come luci di un evento mondano; ho imparato ad idratarmi a sufficienza quando l’umidità fa sudare anche l’anima, a mangiare in assenza di elettricità, a dimenticare l’acqua calda e a controllare sempre le scarpe prima di metterle, perché qui ragni e insetti vari possono avere effetti collaterali indesiderati. Ho visto la mia pelle cambiare colore per il sole, lucentezza per l’umidità, irritarsi spesso per le piante e soprattutto per i morsi degli insetti e delle maledette zanzare. Ho accettato di avere i capelli stile afro. Ho viaggiato su pullman in compagnia di cimici e scarafaggi, ho camminato scalza immersa nel fango freddo e umido -una delle sensazioni più belle in assoluto. Ho imparato a riconoscere i versi degli animali nella notte, a non farmi risucchiare dalla corrente forte, a non cadere in luoghi instabili. Ho sentito addirittura ben due volte qual è il rumore che fa un albero quando cade nella foresta, perché esiste, si sente ed è impressionante.

Perché allora la felicità è un buco nero? Perché le sensazioni di un viaggio da sola nell’imponente natura tropicale ti risucchiano, ti sbattono addosso con una violenza traumatizzante, non ti fanno dormire la notte. L’emozione del viaggio è talmente forte che tutto il resto pare non aver più importanza. Si diventa immuni allo stupore per le cose già conosciute -ormai sono baggianate- si è dipendenti e bramosi di nuove scoperte. La fame di novità è il motore della giornata, la leva che spinge ad alzarsi dal letto al mattino e ad usare tutto il giorno le proprie energie per muoversi in un particolare spazio tempo in cui l’obiettivo è uno solo: giungere per la notte al riparo, in un letto che non sia mai lo stesso della mattina precedente.

Viaggiando ci si rende conto di quanto vasto sia il mondo, di quante cose ci siano da scoprire, di quanto inutile sia buttare i propri giorni ad annoiarsi, quando il mondo ha bisogno di noi, in ogni angolo e in ogni momento. E anche noi abbiamo bisogno di questo mondo, perché siamo parte di esso, abbiamo solo il dovere di imparare ad ascoltarlo. Ma  la disponibilità di tutto questo tempo libero non perdona, questa immensa vastità e le infinite possibilità di movimento ci mettono di fronte a continue scelte. E, anche in viaggio, i bivi pretendono immediate e difficili risposte: questo comporta ansia, parecchia ansia.

Siamo abituati a dover sempre fare la cosa giusta -come se poi questa esistesse davvero- a perfezionarci, a pretendere il meglio da e per noi stessi. Fare la scelta di seguire quel cammino comporta la rinuncia di quell’altro, di cui non si avrà mai la possibilità di vedere cosa potesse riservarci.

Ma allora come si fa a sapere quale? Come ci si fa a portarsi dove si dovrebbe arrivare? Viaggiando soli nel mondo inizia ad esserci un conflitto aperto tra il dovrei e il vorrei : diventa difficile a volte persino riconoscerli, per la maggior parte invece sono assolutamente inconciliabili. Tutto ciò accade nel regime del potrei, come sovrano assoluto, che ci guida nella consapevolezza dell’essere liberi. E allora mi ritrovo così, a meno di due mesi dalla fine della mia esperienza, a tormentare la mia stanca mente con risposte a cui non so porre le giuste domande. Ora so che il mondo è grande, che con una laurea in nuove tecnologie della comunicazione potrei lavorare ovunque, che esprimermi bene in altre lingue mi da soddisfazioni incredibili, che quando me la devo cavare da sola riesco a dare il meglio di me stessa. Però, purtroppo, so anche che la luce calda del tramonto d’estate alle otto di sera mi manca da morire, che un espresso è per me il vero gusto del caffè, che l’ironia dei miei amici di Pinerolo è ineguagliabile, che fare mattinata sul Po con i miei compagni di università mi regala un’armonia unica, che guardare il Monviso bianco dalla finestra di casa è una delle cose più belle del mondo, che il nostro vino, le nostre langhe e il panino con la mortazza non esistono da nessun’altra parte. Sono in un limbo ingannatore e tentatore che mi confonde e mi destabilizza. Quelli come me, si ritrovano a recarsi da soli nello Starbucks della città di turno, ad utilizzarne il wifi per mandare curricula a tutto spiano, per annunci di lavoro trovati in almeno quindici motori di ricerca, come minimo in cinque Paesi, in almeno tre lingue e quattro formati. Siamo titolati, siamo curiosi, siamo poliglotti, siamo ambiziosi: tutto ciò però non basta più per avere il lavoro che meriteremmo. Continuiamo allora a vagare per il mondo facendo molteplici lavori, rispondendo a capi diversi, collaborando con colleghi dalle svariate culture -come se fosse facile!- per farci esperienza e due soldi per pagarci un ulteriore master per ottenere maggiori possibilità. Da qui ti voglio bene Italia, ma alle volte il sentimento di rabbia per la mancanza di meritocrazia è troppo forte e mi obbliga ad andare sempre più lontano. Mia sorella abita a Boston, mio fratello cresce i suoi figli in Francia, mentre mia sorella maggiore, che ha deciso di rimanere in Italia, ha tre diversi lavori e una forza di volontà immensa ma che non le permette di certo di vivere nel lusso. E io continuo a vagare, un po’ per piacere e un po’ per necessità, incerta e indecisa sul da farsi. Viaggiando sto sposando valori che tu, Bel Paese, non mi avevi insegnato, che mi allontanano sempre un po’ di più da te e dalla stessa me pre partenza. Non so che ne sarà di me a partire da settembre, non so se rientrare da te, se continuare qui in America Latina, in una società che è comunque decisamente più maschilista, o se andare a conoscere un nuovo posto con più possibilità, come il Canada.

Non lo so in maniera più assoluta e questo mi fa sentire un po’ persa.

Perlomeno adesso, qui in Costa Rica, quando il peso del futuro è troppo forte, in attesa di risposte, posso recarmi al mare in qualunque momento e affogare le mie paure tra le onde dell’oceano.

Facendo una bella capriola, come piace a me.

 

Interaction

Interaction è l’agenzia di pubblicità digitale dove lavoro. Interaction è una di quelle storie da film, che sembrano super romanzate, ma che a volte capitano davvero. Fu fondata sei anni fa da tre ventenni, Nestor, Erick e Martin, nello stanzino inutilizzato del loro appartamento condiviso. Fu l’idea di tre amici appassionati di tecnologia, creatività e innovazione, che semplicemente ci hanno provato e che -a distanza di anni- si può dire abbiano decisamente vinto. E così sei anni dopo io, Federica, ragazza italiana laureata in ICT&Media a Torino ora Creative Jr a San José, posso scrivere il mio articolo direttamente dal giardino di questa bella villa de Los Yoses in Costa Rica, solo perché questi tre ragazzi anni fa hanno scommesso bene e ci hanno lavorato sodo. Ma la cosa più incredibile non è che abbiano dato la possibilità a me di lavorare qui, bensì ad altre 70 persone. Già, perché Interaction è oggi l’agenzia indipendente più importante di tutto il Latino America: conta oltre 30 premi, tra cui 11 Effie Awards, 3 ori di Volcán, di cui uno come miglior agenzia indipendente del 2017, diversi argenti e bronzi, 3 Ojo de Iberoamerica, 7 Festival del Caribe e 1 Webby Awards.  Interaction è il posto ideale dove lavorare: su 70 persone ben 68 hanno meno di 40 anni e l’80% di queste meno di 30. L’ambiente di lavoro è stimolante, innovativo, creativo. Anche il design fa la sua parte: lavoriamo in una villa di due piani con giardino, tavolo da ping-pong, cucina e area relax, in uno dei quartieri più belli e sicuri della città. Abbiamo anche un cane, Max, un cucciolo di bulldog francese combina guai, che non smette mai di farci sentire umani e di mangiarsi qualunque -giuro davvero qualunque- cosa incontri. Bisogna far attenzione a scarpe, zaini, pattumiere, sacchetti, piante, portapenne e tappeti, perché con quella facciotta da Stitch trita davvero tutto. Tra i vari colleghi -ve lo giuro anche se sembra impossibile- non c’è competizione, né astio, né voglia di calpestarsi l’un l’altro. Non dico che siano tutti amici, però si rispettano tutti. Ci sono anche qui i gruppetti che sono amici anche al di fuori, ma tutti lavorano per un obiettivo comune e per il proprio salario senza pestarsi i piedi. Ma la cosa che più di tutte mi ha stupita, oltre all’età dei miei capi -che hanno solo quattro anni in più di me!- è la loro semplicità e umiltà, nonché la totale assenza di saccenza e superiorità. Inizialmente lo scontro culturale non ha giocato a mio favore: Nestor, il Direttore Artistico e Co-Fondatore dell’agenzia, in maniera molto gentile mi ha sempre chiesto molto dell’Italia, dal cibo al calcio, a domande più personali. Venendo da esperienze di lavoro non bellissime e in cui la purezza d’animo non esisteva, ero abbastanza prevenuta nei suoi confronti e non mi sono mai confidata più di tanto. Pasta, pizza, sì Toro no Juve e non molto più. Il capo è pur sempre il capo ho pensato, difficilmente per la nostra idea di gerarchia professionale sarà mai un amico. E invece qui, dopo nemmeno due mesi, io con il capo insieme agli altri colleghi ci vado anche a prendere una birra. Questo accade perché i costaricensi sono culturalmente diversi e perché -come mi ha spiegato lui una sera- le persone con cui lavori alla fine sono quelle con cui passi più tempo di tutte, perché quindi non concedersi la possibilità di vivere tutti i giorni dentro e fuori a un ambiente felice e rilassato? In realtà non fa una piega.

 Ho iniziato la mia avventura qui condividendo l’ufficio con Mariana (messicana), Jorgue (peruviano) e Rafa (costaricense), formando insieme il reparto di Creative jrs. Abbiamo lavorato e collaborato con il team di creativi dell’agenzia, ossia Noelia, Celeste, Piero, Quico e Rafa. Abbiamo partecipato all’ideazione di concetti pubblicitari di grandi firme, quali Burger King, Casio, Melissa Shoes, Chevrolet, Papa Johns, Hooters e Huawei. All’interno di Interaction però la realtà è davvero molto dinamica, per cui in soli tre mesi ho cambiato diversi compagni di lavoro con cui ho condiviso il tempo dentro e fuori di queste pareti. E così ho passato l’ultimo mese a stretto contatto con Nuria, ragazza messicana specializzata in marketing, con cui ho stretto un’amicizia davvero forte e stimolante. Nuria, piccola grande viaggiatrice come me, è una di quelle persone che so che, anche se a distanza, porterò sempre con me nella vita. Le ultime tre settimane le ho passate seduta su un puff nero in un angolo -la mia favolosa esquina- dell’ufficio più piccolo, con José e poi anche con Jesus, due ragazzi costaricensi davvero simpatici e buoni. Nel nostro cubicolo, con loro due e Nuria, abbiamo condiviso opinioni di lavoro, conoscenze culturali e anche momenti di divertimento puro. Lì, in quel cubicolo troppo piccolo per lavorarci in quattro, è stato insegnato italiano volgare vs slang costaricense, si ha ballato salsa latina e cantato lirica nazionale, ma soprattutto, ci si ha raccontato come baccagliare nel rispettivo continente. La differenza è enorme e la conoscenza non è mai troppa.

Comunque sia da ognuno di loro ho imparato tanto a livello professionale e umano, passando davvero momenti intensi e sereni. Non avevo mai provato cosa significasse svegliarsi ogni mattina felice di andare a lavoro: ogni giorno non vedevo l’ora di imboccare avenida 10, girare l’angolo e varcare il cancello di Interaction con il sorriso.

Sono giunta qui in un momento strano, perché nonostante l’agenzia stia crescendo costantemente (vengono assunte e ricercate persone ogni mese!) questa settimana ci sarà un grande cambiamento: Nestor, dopo aver messo al mondo Interaction e averla nutrita fino a farla diventare una bellissima e indipendente donna in carriera, abbandona i giochi. La sua è una decisione degna di nota: qualunque persona al suo posto avrebbe continuato a mandare avanti un’impresa di questo successo. Però non lui. Lui ha 31 anni, al momento non è sposato e non ha figli. Ha viaggiato per lavoro, anche in Europa, partecipando a diversi concorsi internazionali di pubblicità. A soli 20 anni ha vinto come miglior progetto creativo nel festival più importante della Costa Rica e la sua vita è stata un’evoluzione di vittorie professionali. Dall’altra parte, però, non ha mai vissuto in un altro Paese, non ha mai goduto di un’altra cultura, se non per tempi brevi. Credo che non ci sia un’età giusta per fare le cose: c’è solo un tempo -il proprio- per essere felici. Oltre ad avere un talento fuori dal comune a livello pubblicitario, io in lui vedo qualcosa che non ho visto in molte persone: il coraggio. Il coraggio di andare controcorrente, di osare, di rischiare. E allora sì che questa decisione assume un senso. Lascerà il suo posto, la sua azienda, la sua casa, la sua patria, per andare a conoscere il mondo e a conoscere se stesso. Lui che può, che ha conoscenze di programmazione, di creatività e di marketing digitale, potrà coronare quello che per tanti (come me) è un sogno nel cassetto: lavorare in proprio, come freelance, guadagnando viaggiando. Non sapevo esattamente quale fosse la sensazione di avere un mentore, ma oggi posso dire di averlo capito. Interaction e Nestor mi hanno insegnato a crederci, a credere che se hai voglia, grinta e passione da qualche parte arrivi.

Ciò che ho anche capito, però, è che Interaction andrà avanti anche senza di lui, seguirà il suo cammino sulle proprie gambe, perché se c’è una cosa che ho imparato dalla vita viaggiando è che tutti sono utili, è vero, ma nessuno è necessario. Al suo posto è arrivato Pablo, direttore creativo di talento e professore alla scuola costaricense di creatività. E così il mondo va avanti sempre, con o senza qualcuno, così come sta andando avanti la vita a Pinerolo senza di me, come sta correndo il tempo a Torino senza la mia presenza, come sta andando avanti la mia avventura qui in Costa Rica senza la mia famiglia e senza i miei amici. Nel viverci la vita ognuno di noi è solo, circondato e connesso con gli altri, ma da cui non dipende realmente. Ovviamente non sarei oggi qui, io questa, a riflettere di connessioni in Costa Rica, se nel tempo della mia vita non avessi studiato a fondo proprio quel volto, ascoltato le parole di quell’altra voce, incrociato le mie dita proprio con quelle mani, lasciato correre le mie ansie tra quelle braccia, guardato tramonti con quegli occhi lì, ballato sulla sabbia al chiaro di luna con quei piedi, passeggiato su quei sampietrini con quelle gambe, accarezzata nella notte con quei folti capelli, se non mi fossi abbandonata totalmente a quella sana fiducia o coraggiosamente rialzata con quella forza. Tutti quanti mi sono stati utili per essere qui e tutti coloro che sto conoscendo qui mi aiuteranno ad arrivare là, che ancora non so dov’è o cosa sarà. Però sento scorrere velocemente la corrente fredda su di me, che mi attraversa e mi spinge a valle, senza possibilità di sosta e fermata, solo ripetuti rallentamenti in curva. Ed è lì su quelle piane sponde che li vedo, proprio loro, le persone della mia vita, ferme in attesa, in successione e a intervalli. L’impulso arde, al vederli ogni volta nuoto con tutte le forze per raggiungerli. Ma in tutte le circostanze, nonostante il luogo meraviglioso e il momento profondamente arricchente, mi è permesso restarci e farlo mio solo per un tempo. Dopo un po’ la corrente diventa troppo forte e quella massa d’acqua dietro di me troppo pesante. Mi strappa dalla sponda e mi guida più giù, sempre più in là. Mentre obbligata mi allontano da loro, guardo ancora per un momento indietro, osservando quella sponda e quelle persone, non solo perché vorrei che non finisse il nostro tempo, ma perché possa giungere loro il mio grazie di cuore per tutto ciò che è stato. Ogni passaggio è una nuova scoperta. Devo accettare che non potrò portare sempre tutti con me: come è già successo tutte le altre volte, anche qui arriverà il giorno in cui dovrò dare il mio arrivederci, rubando un pezzetto di Costa Rica, custodirlo con estrema cura e proseguire per il mio flusso.

Non sarà affatto facile questa volta ma let it be. Asì es la vida.

Distanza Vicina

Oggi sento che non ho molto da dire. Ma non perché non stia facendo molte cose o perché non ci siano novità. Ogni giorno è diverso, è una nuova sfida, è imparare tanto. Ammiro nuovi posti, svolgo mansioni nuove a lavoro, partecipo a diversi eventi, conosco incredibili persone. Sento semplicemente di non aver troppo da raccontare perché sta capitando qualcosa, qualcosa che non mi aspettavo capitasse così in fretta: la Federa della Costa Rica sta diventando la mia nuova vita, la mia routine, la mia vera realtà. Non c’è più quel mistero di ignoranza, ogni giorno so dove mi può portare e so cosa mi può dare: quello che voglio io. Sto pilotando la mia vita e ne sono diventata padrona. Mi sento a casa mia, cammino nelle mie vie, arrivo nel mio ufficio, parlo con i miei colleghi, rincaso dalla mia famiglia. E’ diventato tutto mio.

Le esperienze fuori casa sono strane, chi non le ha fatte si immagina che siano come una lunga vacanza di piacere: nulla di più sbagliato. Quando rinizi e dedichi tutte le tue energie a ricostruirti, dopo un po’ -se ci riesci- diventa questa la tua realtà, la tua vera vita.  Ti dimentichi che c’è una data di scadenza e la vivi a tremila. Allora quel caffè da Abbo, quel pomeriggio al Valentino, quella domenica a Casa Canada, quella nottata ai Murazzi, iniziano a sembrare lontani anche nel tempo e non solo nello spazio. Fare tante esperienze diverse significa avere molteplici vite e assumere differenti identità. Ma la verità è che quelle esperienze non sono finite mai con la data di rientro in Italia, su quel volo per Caselle. No, quelle vite continuano a vivere di vita propria, sono solo messe in stand-by per qualche tempo. Riniziano a pulsare nel momento in cui atterro a El Prat di Barcellona, in cui scendo dal Flixbus per Venezia, in cui mi stendo a Las Teresitas di Tenerife, in cui guardo il tramonto a Roque Nublo di Gran Canaria, in cui salgo al secondo piano del bus rosso per Shoreditch a Londra, in cui mangio le polpettine di zia Mena a Botricello in Calabria, in cui osservo le stelle da Santa Maria del Focallo in Sicilia. E allo stesso tempo è diventata così anche la mia vita di Torino e di Pinerolo, una dimensione che in questa realtà non c’è e che riprende le sue energie vitali solo nel momento in cui apro quel varco, anche solo con una videochiamata con Giando o con uno scambio spetegules con Ari. E allora adesso mi sento davvero questa, colma di energie che camminano e respirano il tempo costaricense. Non sento la voglia di tornare, non sento di essere così lontana, perché sento di essere vicina al mio qui ed ora. E’ quindi Claudia quella che ora per me è la mia compagna di avventure, è Steven il mio confidente di segreti, paure e desideri, è Nuria la mia collega fidata, è Carlota la mia amica di idiozie. E’ incredibile, alla fine, come le mie diverse vite siano poi in fondo una sola, adattata ai vari contesti. Mi sento la protagonista di un copione scritto ad hoc dove incredibilmente, in un modo o nell’altro, trovo sempre i personaggi principali pronti a portare a termine il loro ruolo in maniera unica ed accompagnarmi lungo la storia. Ognuno interpreta in maniera spettacolare il ruolo di cui sento avere il bisogno, o forse sono io che so adattarmi sempre alla grande per riuscire a stare bene e quindi vago oltre con la mente, non lo so. Ognuno mette in scena la propria performance e rimango sbalordita sempre più da cotanto talento di vita. Non sto dicendo che le persone della mia vita siano intercambiabili: un Diego Pego, un Cipe, un Warlets, una Tagna e una Finiberta, così come tutti gli altri, sono unici nel loro genere e non li si ritrovano nemmeno perlustrando ogni singolo angolo del mondo. Semplicemente vivo dentro di me e quello che incontro fuori è sempre bello. Quello che voglio dire è che andarsene da casa non è poi così lontano dal decidere di rimanerci. Superati i primi momenti di difficoltà -di smarrimento, senso di solitudine, rabbia, nostalgia ed entusiasmo nervoso- dopo un qualche tempo, si raggiunge ciò che è la propria idea di routine, andando a soddisfare tutti quelli che sono i propri reali bisogni, di cui si riesce a prendere coscienza solo attraverso la solitudine e la lontananza (almeno per me!). Non è assolutamente facile -sia chiaro- ma quando lo si raggiunge con tanti sforzi è davvero emozionante. Quindi andare a vivere da soli dall’altra parte del mondo, anche se donna e sola, non è poi chissà quale follia o quale problema. Questo lo dico per chiunque abbia voglia di farlo, ma che ne ha paura o che pensa sia troppo. Non lo è assolutamente. E’ qualcosa di magico perché qui, dall’altra parte del mondo, oltre ad avere tutto ciò che già si ha a casa propria (a parte il cibo, purtroppo quello è ineguagliabile!) si hanno altre mille cose in più, che la comodità di mamma e del quartiere di sempre non possono darti. Ogni giorno parlo con le persone, imparo a conoscerle, mi metto in ascolto. Quanta vita c’è al di fuori del mio paesotto, quanta voglia che ho ancora di scoprire di più,  di vedere di più, di non fermarmi ancora. Qui non ho paura del tempo, delle tappe che la società mi obbliga a raggiungere, del peso di dover avere un ragazzo ad ogni costo perché il concetto di single e ‘sola al mondo’ sono considerati la stessa cosa, di avere un lavoro che sia indeterminato ma che allo stesso tempo sia dinamico e creativo perché se no ‘che palle!’, di avere una bella casa, dei bei vestiti alla moda, una gran macchina e magari un bel cane di razza con cui farsi tanti selfie da pubblicare su Instagram perché se no non sei abbastanza bella e non hai abbastanza followers e quindi ti senti sbagliata e non abbastanza attraente. Qui ogni giorno mi sveglio in una stanzetta di legno di 10 metri quadrati, in una casa che non è nemmeno lo sgabuzzino della Reggia di Venaria, ho un armadio grosso quanto una valigia, ho un contratto di lavoro temporaneo e non ho un fidanzato ma, giuro, non mi sento assolutamente sola. Io ho me stessa e un sacco di persone in ogni mia vita. Si può vivere in mille modi -non critico nessuno, chi riesce a mantenersi grazie alle foto sui social è un grande-  l’importante è essere padroni di scegliere il proprio stile, essere pronti a farlo anche se non è lo stile più gettonato e anche se gli altri non lo comprendono e lo giudicano male.

Ed è solo grazie ad averla pensata così se qui oggi posso essere felice perché libera di vivere, pensare, osservare, mettere in pratica ed esprimermi per ciò che sono.

Il risultato è pazzesco.

 

CASA SELVA

La ricerca di casa -chi lo ha provato lo sa bene- è sempre spossante e psicologicamente difficile. Però, quando si trova quella giusta, è una gioia ineguagliabile, perché non si ha vinto solo una stanza, bensì la possibilità di svegliarsi felice ogni mattina.

Ho 26 anni e fino ad oggi ho abitato in 17 case diverse ripartite in 7 città, 5 nazioni e 2 continenti. Ho avuto 47 coinquilini di quasi tutte le nazionalità occidentali possibili, 61 adesso contando i condomini di Casa Selva. Sono sempre state esperienze davvero bellissime -a parte due da cui sono scappata!- di condivisione, allegria, intensità. Quando si vive con qualcuno con cui si va d’accordo questa persona diventa automaticamente un fratello o una sorella. Per me, che non ho mai vissuto in casa con le mie sorelle e molto poco con mio fratello, i coinquilini hanno significato davvero tanto, sono stati la mia prima vera compagnia full time. Allora ogni casa è stata una vera famiglia: a partire da Luchino, ad Ariangiangela, a Tim e Ludo, a Carota, Mae e Stephan, a Vale, Giulio e Marcio, a Silla. E’ sempre stato un sogno vivere con loro e poterli vedere fin dal mattino cucinare rispettivamente la megapasta alla Luch, un delizioso riso al finocchio, broccoli puzzoni e schifoso hamburger di tofu, 24h su24 Viña del Mar, guacamole e tè freddo, mate fino a uccidersi, squisito pollo di Vale, minestroni salutari, Carbonara con vero guanciale, e ordinare Just Eat ogni sera a qualunque ora. Ogni coinquilino è incredibilmente diverso dall’altro, ma tutti quanti mi hanno lasciato decisamente un pezzo di cuore e sì, mi hanno cambiato la vita. Dopo la Laurea Magistrale di novembre avevo finalmente deciso di prendere casa da sola a Torino, un bel bilocale in piazza Bodoni, per fare finalmente la grande. Mi ero detta “Basta, l’epoca coinquilini è finita, ora si volta pagina, è il momento di lavorare sodo e rilassarsi la sera davanti alla tv”. Ma le cose -fortunatamente- non vanno sempre come si pianificano. Ed eccomi qui in Costa Rica, insieme alla mia nuova famiglia di Casa Selva. Direi che non poteva andarmi meglio, sono davvero felice di stare ancora condividendo tutto con nuovi coinquilini che faranno sempre parte della mia vita, invece di essermi già tristemente convinta a vivere la vita in modo individualista ed egoista, nei miei vuoti spazi solitari.

Adattarmi è la cosa che so fare meglio, per cui ci ho messo tre giorni esatti a passare dall’entrare in casa e rintanarmi da sola nella mia stanza per mancanza di voglia di parlare con altra gente dopo il lavoro, all’entrare in casa e non vedere la mia stanza fino al momento in cui vado a dormire, poiché presa bene dal condividere chiacchiere e tempo con chi di loro trovo per mangiarci insieme, ballare un po’, cantare musica internazionale, tradurre parole in italiano, berci una birra, vederci un film. In Casa Selva non ci si può mai sentire soli, davvero. La cosa che mi ha sorpreso maggiormente è che chiunque in Casa Selva è il vero benvenuto: per cui oltre a Marie, Alex, Samuel, Raul, Corinne (europei come me), Bruja, Marti, Steven, Madelaine (costaricensi), Sebas, Luciano (argentini), Damian e Magaly (nicaraguensi), ci sono altri personaggi che non vivono proprio qui ma, in realtà, alla fine sì. Allora tutti i giorni anche Seba Negro (salvadoregno), Chito e Gaucho (costaricensi), Luis (messicano), il Parce (colombiano) -ed altri che ancora non conosco bene- abitano Casa Selva con noi. La cosa davvero peculiare è che nessuno si sta antipatico, nessuno è isolato dal gruppo, nessuno litiga, ci si spiega sempre. Alle volte usciamo tutti insieme, alle altre ci si divide in piccoli gruppi e si fanno cose diverse; c’è chi è freelance e quindi fa sempre le ore piccole, chi invece come me e le altre ragazze si sveglia molto presto per andare a lavoro. Ci sono giorni in cui qualcuno se ne sta nella propria stanza, altri in cui si va a passeggiare tutti insieme in montagna. Quando usciamo tutti insieme diamo nell’occhio, la gente riconosce quelli di Casa Selva: calcolando che siamo una ventina appena arriviamo in un locale lo riempiamo completamente, ad esempio ogni martedì sera al Sotano (stile Des Arts di Torino), a sentire jam session di jazz, ci accaparriamo noi tutte le sedie disponibili davanti al palco, o quando andiamo a ballare alla Cali all’Area (delle dimensioni del Dr. Sax) occupiamo tutta la pista. Di esperienze ne avevo accumulate molte, ma non sapevo cosa volesse dire vivere in una famiglia così numerosa: ci vuole un po’ di pazienza, ma è davvero bellissimo.

Gli abitanti di Casa Selva sono artisti e viaggiatori tra i 25 e i 32 anni, provenienti da quasi tutto il mondo. Vivere in una casa così non è però proprio da tutti; diciamo che bisogna avere un certo tipo di spirito, di energia e di pazienza. Si parla molto e si dorme poco. Casa Selva è un progetto iniziato da Steven 5 anni fa: decise di prendere una casa grande -a due piani con giardino e con molte stanze- e di trasformarla in una specie di comune per progetti sociali. Casa Selva è infatti aperta a tutti, non c’è mattino che mi svegli e non trovi troupe cinematografiche, fotografi, attori di teatro, gruppi di yoga,  etc, usare il nostro salone o il giardino per svolgere i loro progetti. E’ davvero stimolante far parte di un progetto così, poiché ognuno ha la possibilità di partecipare buttandoci dentro le proprie abilità. Ci sono state da poco le elezioni politiche in Costa Rica in cui rischiava di risultare vincitore Fabricio Alvarado, un candidato conservatore, omofobo e contro le minoranze. Quando sono entrata in Casa Selva i ragazzi stavano organizzando la campagna in difesa dei diritti egualitari, con tanto di produzione video, set fotografici, stampa di locandine, promozione social. Ovviamente io ho dato una mano nella comunicazione del progetto e nelle strategie digitali. Sulla scia di Casa Selva sono nate altre case, come Casa Banana e Casa Mundo, con le quali collaboriamo e organizziamo eventi. Cene internazionali, olimpiadi tra le case, concerti, corsi, feste di spirito, etc, sono al centro dell’attenzione nel panorama di San Josè. Io ho iniziato con Raul a fare lezioni di italiano, poiché lavora per Amazon e se riuscisse a imparare un’ulteriore lingua guadagnerebbe quasi il doppio; in cambio lui mi prepara qualche piatto di pasta alla scozzese (burro, burro, burro). Le serate in Casa Selva sono tutte diverse: alcune volte si mangia tutti insieme e poi si va a nanna, altre si passa l’intera notte a chiacchierare in salone, seduti per terra, a raccontarci storie di vite davvero lontane, ma che alla fine poi sembrano somigliarsi tutte. Nonostante le diverse nazionalità abbiamo tutti uno spirito comune. Ciò che non manca mai in casa è la musica: quasi tutti sanno suonare la chitarra, l’ukulele e la batteria. In questo sento davvero la mia carenza di allenamento musicale e quindi spesso mi limito ad assecondare il gruppo con battito di mano e sorrisi. Però una sera la chitarra l’ho suonata io: Sebas mi aveva detto che l’arte è dentro di noi e che la musica non è solo tecnica, per cui ho improvvisato un po’ e alla fine qualcosa di buono è uscito davvero. A Casa Selva nessuno giudica, qui la libera espressione esiste davvero. Qui l’artista che è in noi viene fuori in modo naturale. Non c’è tempo per abbattersi o per piangersi addosso: qualche dolce saggio selvatico è sempre disponibile a regalare supporto e consigli. Insomma, a Casa Selva non ci si annoia mai, si improvvisa sempre qualcosa di interessante e assolutamente senza senso. Ma soprattutto tra queste mura non sento pulsare quel fastidioso vuoto che mi accompagna dalla nascita, quel sottofondo nostalgico di incompletezza cronica: in Casa Selva mi sento piena e con una voglia matta di arricchirmi ancor di più.

Sono certa che ci saranno molte cose da raccontare di Casa Selva durante la mia permanenza.

Il Piccolo Wilmer

Wilmer vive da solo in Barrio Pinto tra case di latta e latini tatuati; ogni giorno si mette camicia e scarpe eleganti e si reca in ufficio dall’altra parte della città, in Escazù. Ha solo 22 anni, ma ha un senso del dovere che nei miei coetanei non ho visto spesso. Non si concede pause: ogni mattina si sveglia alle 4.30, mangia latte e cereali e va a prendere il bus per iniziare a lavorare alle 6.00; lavora tutto il giorno per dieci ore al giorno (le leggi sul lavoro in Costa Rica sono diverse, io ad esempio lavoro 9 ore e 30 tutti i giorni, poi ne parleremo!), esce alle 18.00, viaggia per un’ora e trenta minuti in bus per tornare a casa e quando arriva si mette a studiare fino a tarda notte. Non esce, non fuma e non beve.

Per chi mi conosce, immaginatevi cosa possa aver significato per lui ricevere in casa una come me.

Ecco, l’idea di un’europea all’arrivo in Costa Rica era quella di trovare la gente latina abbronzata e sorridente, con camice a fiori, pronta a ballare salsa e raggaeton in spiaggia a piedi scalzi sotto la luna, sorseggiando mojito davanti a un falò. Immaginate adesso cosa possa aver voluto dire per me arrivare invece in una casa di latta con le sbarre, dove non si può assolutamente uscire a passeggiare, senza spiaggia, né mojito (altro che falò, non c’è nemmeno il gas in casa!). L’impatto non è stato proprio dei migliori: sono stata chiusa in casa per oltre 48 ore per una questione di sicurezza, senza potere andare a lavoro poiché Veronica non aveva avvisato l’azienda del mio arrivo (mannaggia a lei!). Le prime ore mi hanno messo davvero a dura prova. Fortunatamente, tendo a non buttarmi giù e cerco sempre di sprigionare quanta più allegria possa, motivo per cui, a parte finire la serie tv La casa de papel (consigliatissima!), ho dedicato le mie energie all’unica cosa che potevo fare: conoscere a fondo Wilmer. Ne è venuto fuori un sincero e sano scambio di aiuti e di esperienze. Io avevo bisogno di una figura protettiva e affidabile e lui aveva bisogno di brio e coraggio. Penso che alle volte le cose non capitino per caso. Dopo aver passato una settimana insieme a chiacchierare profondamente, scoprendoci e conoscendoci sempre più, abbiamo iniziato a volerci bene davvero. Le regole di Aiesec non contavano più nulla, ci aiutavamo a vicenda da veri amici. Quando si vivono certe situazioni così intense ci vuole un attimo a passare dal non conoscersi all’essere amici per la pelle. E così ho raccontato a Wilmer le mie esperienze di vita, i miei periodi bui, i momenti di spensieratezza. Da qui mi sono resa conto di ciò che nella vita è stato realmente importante: ero davvero soddisfatta quando gli raccontavo delle possibilità che ho avuto di studiare in diversi Paesi, in quanto durante queste esperienze mi sono goduta appieno il tempo, grazie alle persone che ho incontrato. Ognuna di esse, vista da qui, è degna di una medaglia per qualcosa che mi ha dato. E il caro Wilmer, in una sola settimana, un oro per avermi aiutata in un inizio davvero difficile se l’è meritato tutto.

Alla fine io e Wilmer abbiamo vissuto insieme solo per dieci giorni, perché lui ha fortunatamente trovato una casa con dei colleghi vicino al suo lavoro, in Escazù, così può dormire un po’ di più e godersi anche un po’ del resto della vita. Abbiamo già fatto una vacanza insieme a Manuel Antonio e l’ho portato a ballare con i miei nuovi coinquilini alla Cali. Continuiamo a sentirci: l’ultima volta mi ha detto che vuole andare a fare un tirocinio in Europa! E’ una persona in gamba e con un cuore enorme, sono felice di avergli passato un po’ del coraggio di viversi la vita. Alla fine ognuno dei due ha ottenuto qualcosa.

E la ruota per me ha girato nel verso giusto: ho trovato una stanza in Casa Selva e vivo con 14 persone incredibili, ma questa è un’altra storia e merita assolutamente un altro articolo.

TRA ASPETTATIVA E REALTA’: AIESEC

Aiesec è l’organizzazione studentesca più grande al mondo che permette ai giovani fino ai 30 anni di partecipare a bandi di lavoro e progetti di volontariato. Con la sua presenza in 126 paesi del mondo e un network con più di 100.000 studenti provenienti da più di 2400 università, coinvolge oggi quasi l’intero globo e permette a tutti di partire e partecipare attivamente alla condivisione di culture e conoscenza. Nasce con virtuosi propositi dopo la seconda guerra mondiale, con l’intento di cambiare le dinamiche internazionali, puntando all’integrazione e alla collaborazione tra i paesi, vedendo nello scambio la più grande ricchezza. E’ una delle poche cose che ci è riuscita davvero, perché è proprio grazie a progetti come questo se oggi in Francia ci si va per formarsi e non per farsi la guerra.

Il contratto che avevo firmato con Aiesec prima della mia partenza prevedeva vitto e alloggio. La sistemazione doveva essere presso una famiglia locale che mi avrebbe fornito anche i viveri e avrei avuto a disposizione un buddy, ovvero una persona fisica che mi sarebbe venuto a prendere in aeroporto, mi avrebbe accompagnato a lavoro il primo giorno, mi avrebbe aiutato per qualsiasi problema tecnico e scartoffia burocratica. Bene, pacchetto completo, sembrerebbe. Ma i pacchetti all inclusive sono sempre poi un po’ diversi dalla foto promozionale. Veniamo quindi alla realtà dei fatti.

1. Vitto e alloggio. Dove mi hanno sistemata già ve l’ho detto. Quindi il primo obiettivo è stato leggermente diverso da quanto prestabilito: non era una famiglia ma bensì un ragazzo davvero giovane che avrebbe dovuto “prendersi cura” di me. La casa di latta di Wilmer aveva una sola stanza da letto ed era priva di gas e di acqua calda, che nel mondo moderno sono considerati elementi basilari alla sopravvivenza. La prima doccia gelida dopo 22 ore di viaggio aereo penso che sia stata non solo difficile, bensì dolorosa. Ci ho provato in tutti i modi a mettermi sotto l’acqua fredda, ma non ci riuscivo proprio. Era notte, fuori c’erano all’incirca 16 gradi, l’acqua era fredda come quella dei Tumpi, giuro. Stavo quindi in piedi a un metro di distanza dal getto, guardandolo con occhi da cane bastonato, mentre avvicinavo le mani per raccogliere un po’ d’acqua da lanciarmi addosso. Ci ho messo almeno 45 minuti a lavarmi un po’! Credo che quello sia stato l’unico momento dove mi son detta “Brava Fede! Fare 20 ore di viaggio aereo per trasferirti da sola dall’altra parte del mondo per finire in questa merda è stata proprio una grande mossa! Cosa ti aspettavi di trovare?”. Ma mentre ero lì lì per tirar giù una lacrimuccia e abbandonarmi a sensi di colpa e ansie di ogni tipo, la mia parte più razionale e matura mi venne in aiuto a ricordarmi della stanchezza, dello stress accumulato durante il giorno, motivi per cui sicuramente stavo interpretando male la realtà attorno a me. “Tranquilla, non è brutta, devi solo avere pazienza! Ci vorrà un po’ ad abituarsi alla nuova vita! E una doccia fredda non ha mai ucciso nessuno. Su Su!”, mi sono detta. Non so se capiti anche alle altre persone, ma quando  io devo prendere una decisione, analizzare una situazione o passare all’azione, mi confronto con le due me. Forse sono bipolare o forse è ciò che accade a chi come me si abitua a viaggiare da solo, a mangiare da solo, a fare la spesa da solo, ad andare in un altro Paese da solo, a socializzare in ostello da solo, a ricominciare da solo, ad andare a dormire da solo, a studiare da solo, a lavorare da solo, etc, e alla fine ritrova in se stesso il perfetto e fedele amico. Motivo per cui io mi ascolto sempre, mi conosco molto bene. Quindi, rigenerata post doccia, andai a dormire sufficientemente tranquilla. All’uscita del bagno trovai una situazione inaspettata: le persone possono stupirci in tanti modi, ma quando lo fanno in senso positivo è qualcosa di toccante. Wilmer,  il mio host, giovane ingegnere studente e lavoratore, in modo assolutamente volontario e senza ricevere nulla in cambio, aveva deciso non solo di ospitarmi e di divedere con me le poche cose che aveva, ma addirittura mi stava lasciando a disposizione l’intera camera per farmi sentire bene. Si era trasferito con una coperta e un cuscino su un materasso gonfiabile in salotto. Sulla parete della “mia” camera aveva appeso un poster fatto da lui, con su scritto “Benvienida Federica, Costa Rica es tu Casa” accanto a una enorme bandiera dell’Italia. Aveva fatto tutto questo per me, cioè per una persona che nemmeno conosceva. Lo aveva fatto per il semplice fatto di essere utile, di aiutare una ragazza a iniziare una nuova vita in terra straniera. I costaricensi hanno un senso della gentilezza che è anni luce avanti al nostro egoismo occidentale. Si respira ovunque. Superati quindi i primi disagi affrontati all’arrivo, posso dire che è stato un miracolo incontrare Wilmer, mi ha davvero aiutata e fatta sentire protetta.

2. Il Buddy. Vi dico solo che vivo in Costa Rica da circa un mese ormai e ad oggi non so ancora chi sia il mio buddy. L’unica volta che ho incontrato una volontaria di Aiesec – Veronica, ma non sono sicura che fosse lei il mio buddy designato-  è stato il primo giorno di lavoro. Dovevo essere in ufficio alle 8.00 di mercoledì 7 marzo (avrei dovuto iniziare il 5 ma Veronica non si era messa d’accordo con l’azienda e non mi aveva avvisata, motivo per cui io avevo acquistato il volo appositamente per il sabato 3 marzo, anche se più caro, proprio per rispettare le date del contratto, ma va bè, lasciamo perdere), quindi ci accordammo telefonicamente di vederci alle 7.40 alla fermata del bus (perché non aveva voglia di passarmi a prendere a casa!). Arrivo alle 7.35 alla fermata, dopo averle già inviato due messaggi a cui non avevo ricevuto risposta; scendo dal bus e mi siedo sulla panchina ad aspettare. Mi guardo attorno e metto in pratica tutti i consigli che mi erano stati dati. Avevo già tolto le collanine e i bracciali e ricordato di lasciare a casa il bancomat e il passaporto; adesso ero intenta a superare le prove più difficili. Stavo cercando di non tirare fuori il cellulare -per non attirare l’attenzione- e di non guardare le persone in faccia- non volevo sembrare curiosa o  critica-  sforzandomi di non guardare nemmeno per terra -solo gli stranieri insicuri lo avrebbero fatto. Sostanzialmente l’obiettivo era di non far capire di essere straniera (come cazzo si fa?!Dove cazzo posso guardare?). Decido quindi di tenere indosso gli occhiali a specchio -anche se sono sporchi e non vedo troppo bene- perché così maschero inoltre gli occhi chiari da europea -anche se non so se abbia senso, ma in questo momento mi sembra di sì. Cerco di non farmi vedere tesa perché se no lo percepiscono -li sto immaginando tipo dei predatori affamati e io un povera e sfigata pecorella smarrita- e chi lo sa che succede, chissà in che modo ti fanno fuori qui. Tengo la borsa stretta stretta, ho il Mac dentro, se provano a rubarmelo sono pronta a combattere. DIO CHE ANSIA, ma dov’è sta Veronica? Nel momento in cui sto per imprecare mi avvisa che in dieci minuti sarebbe arrivata e che era in ritardo a causa del traffico. Penso “Ma dai! Vivo a San José da due giorni ma lo so già che c’è sempre traffico, motivo per cui saresti dovuta partire prima!!!”, ma le rispondo solo con un semplice “ok sono alla fermata che aspetto”, sperando che nel frattempo non capiti il peggio. Sono le 8.00 e di Veronica nemmeno l’ombra. E muoviti però, sono già in ritardo! Mi dice di stare tranquilla che tanto è in macchina e dalla fermata a lavoro ci mettiamo cinque minuti. Io aspetto, ma inizio a scazzarmi di brutto. E’ il mio primo giorno di lavoro, sono tesa e devo arrivare in ritardo per colpa di una che manco so chi è. Veronica si presenta alle 8.16 e… a piedi! Iniziamo quindi a camminare verso l’ufficio e faccio davvero uno sforzo di falsità immensa nel farle semplici domande di conoscenza. Dentro sono furiosa. Lei sembra assolutamente tranquilla e indifferente. Dopo dieci minuti sotto il sole cocente arrivo a lavoro sudata, ma sollevata, perché finalmente ci saranno altre persone e non dovrò più fingere di essere gentile con Veronica. Entro e scopro che il mio capo, un certo Nestor, non è ancora arrivato. Capisco che qui gli orari sono decisamente diversi dai nostri,  che è un’altra cultura, un altro mondo, che forse sono io che devo calmarmi e non avere fretta di imparare. Con il tempo lo accetterò e inizierò a capire i costaricensi. Fortunatamente non ho avuto bisogno del buddy nei giorni a venire perché Wilmer mi ha accompagnato a fare la spesa, mi ha aiutato a fare la nuova scheda telefonica, mi ha insegnato a usare i mezzi pubblici (non sono assolutamente come i nostri!), mi ha detto all’incirca come muovermi e dove non andare mai, per nessun motivo. Dopo di che sono grande e vaccinata e al terzo giorno ho iniziato a essere indipendente ed esplorare la zona da sola, ma con molta cautela. E comunque era sempre meglio rischiare e uscire da sola che non dover ricontattare Veronica!

Con questo non voglio assolutamente parlare male di Aiesec, è un’organizzazione incredibile e offre molte possibilità. Voglio solo informare che la gestione degli studenti (tutti volontari) è come si può immaginare un’autogestione: bella, interessante, nobile ma con mancanza di esperienza. Partire ‘avvisati’ è sicuramente un vantaggio: se non ci si aspettano grandi cose non si può rimanere delusi dalla realtà che si trova. Man mano che sto conoscendo la cultura costaricense inizio a vedere l’episodio del primo giorno come un mio delirio di persecuzione vicino alla schizofrenia. L’ansia gioca brutti scherzi, è necessario imparare a controllarla. Ora vivo proprio vicino al lavoro e a quella fermata del bus e giro sempre a piedi, anche da sola; ho rimesso le collanine e i bracciali, tiro fuori il telefono facendo un po’ di attenzione, guardo la gente e la saluto, ma soprattutto non m i sento più quella straniera con pregiudizi del primo giorno. E’ incredibile come cambino le cose quando le si guardano con occhi diversi! Credo che bisognerebbe solo avere pazienza e lasciare che il tempo faccia il suo corso naturale, senza bramare troppo e apprezzare ciò che c’è. Io ci sto riuscendo.