Distanza Vicina

Oggi sento che non ho molto da dire. Ma non perché non stia facendo molte cose o perché non ci siano novità. Ogni giorno è diverso, è una nuova sfida, è imparare tanto. Ammiro nuovi posti, svolgo mansioni nuove a lavoro, partecipo a diversi eventi, conosco incredibili persone. Sento semplicemente di non aver troppo da raccontare perché sta capitando qualcosa, qualcosa che non mi aspettavo capitasse così in fretta: la Federa della Costa Rica sta diventando la mia nuova vita, la mia routine, la mia vera realtà. Non c’è più quel mistero di ignoranza, ogni giorno so dove mi può portare e so cosa mi può dare: quello che voglio io. Sto pilotando la mia vita e ne sono diventata padrona. Mi sento a casa mia, cammino nelle mie vie, arrivo nel mio ufficio, parlo con i miei colleghi, rincaso dalla mia famiglia. E’ diventato tutto mio.

Le esperienze fuori casa sono strane, chi non le ha fatte si immagina che siano come una lunga vacanza di piacere: nulla di più sbagliato. Quando rinizi e dedichi tutte le tue energie a ricostruirti, dopo un po’ -se ci riesci- diventa questa la tua realtà, la tua vera vita.  Ti dimentichi che c’è una data di scadenza e la vivi a tremila. Allora quel caffè da Abbo, quel pomeriggio al Valentino, quella domenica a Casa Canada, quella nottata ai Murazzi, iniziano a sembrare lontani anche nel tempo e non solo nello spazio. Fare tante esperienze diverse significa avere molteplici vite e assumere differenti identità. Ma la verità è che quelle esperienze non sono finite mai con la data di rientro in Italia, su quel volo per Caselle. No, quelle vite continuano a vivere di vita propria, sono solo messe in stand-by per qualche tempo. Riniziano a pulsare nel momento in cui atterro a El Prat di Barcellona, in cui scendo dal Flixbus per Venezia, in cui mi stendo a Las Teresitas di Tenerife, in cui guardo il tramonto a Roque Nublo di Gran Canaria, in cui salgo al secondo piano del bus rosso per Shoreditch a Londra, in cui mangio le polpettine di zia Mena a Botricello in Calabria, in cui osservo le stelle da Santa Maria del Focallo in Sicilia. E allo stesso tempo è diventata così anche la mia vita di Torino e di Pinerolo, una dimensione che in questa realtà non c’è e che riprende le sue energie vitali solo nel momento in cui apro quel varco, anche solo con una videochiamata con Giando o con uno scambio spetegules con Ari. E allora adesso mi sento davvero questa, colma di energie che camminano e respirano il tempo costaricense. Non sento la voglia di tornare, non sento di essere così lontana, perché sento di essere vicina al mio qui ed ora. E’ quindi Claudia quella che ora per me è la mia compagna di avventure, è Steven il mio confidente di segreti, paure e desideri, è Nuria la mia collega fidata, è Carlota la mia amica di idiozie. E’ incredibile, alla fine, come le mie diverse vite siano poi in fondo una sola, adattata ai vari contesti. Mi sento la protagonista di un copione scritto ad hoc dove incredibilmente, in un modo o nell’altro, trovo sempre i personaggi principali pronti a portare a termine il loro ruolo in maniera unica ed accompagnarmi lungo la storia. Ognuno interpreta in maniera spettacolare il ruolo di cui sento avere il bisogno, o forse sono io che so adattarmi sempre alla grande per riuscire a stare bene e quindi vago oltre con la mente, non lo so. Ognuno mette in scena la propria performance e rimango sbalordita sempre più da cotanto talento di vita. Non sto dicendo che le persone della mia vita siano intercambiabili: un Diego Pego, un Cipe, un Warlets, una Tagna e una Finiberta, così come tutti gli altri, sono unici nel loro genere e non li si ritrovano nemmeno perlustrando ogni singolo angolo del mondo. Semplicemente vivo dentro di me e quello che incontro fuori è sempre bello. Quello che voglio dire è che andarsene da casa non è poi così lontano dal decidere di rimanerci. Superati i primi momenti di difficoltà -di smarrimento, senso di solitudine, rabbia, nostalgia ed entusiasmo nervoso- dopo un qualche tempo, si raggiunge ciò che è la propria idea di routine, andando a soddisfare tutti quelli che sono i propri reali bisogni, di cui si riesce a prendere coscienza solo attraverso la solitudine e la lontananza (almeno per me!). Non è assolutamente facile -sia chiaro- ma quando lo si raggiunge con tanti sforzi è davvero emozionante. Quindi andare a vivere da soli dall’altra parte del mondo, anche se donna e sola, non è poi chissà quale follia o quale problema. Questo lo dico per chiunque abbia voglia di farlo, ma che ne ha paura o che pensa sia troppo. Non lo è assolutamente. E’ qualcosa di magico perché qui, dall’altra parte del mondo, oltre ad avere tutto ciò che già si ha a casa propria (a parte il cibo, purtroppo quello è ineguagliabile!) si hanno altre mille cose in più, che la comodità di mamma e del quartiere di sempre non possono darti. Ogni giorno parlo con le persone, imparo a conoscerle, mi metto in ascolto. Quanta vita c’è al di fuori del mio paesotto, quanta voglia che ho ancora di scoprire di più,  di vedere di più, di non fermarmi ancora. Qui non ho paura del tempo, delle tappe che la società mi obbliga a raggiungere, del peso di dover avere un ragazzo ad ogni costo perché il concetto di single e ‘sola al mondo’ sono considerati la stessa cosa, di avere un lavoro che sia indeterminato ma che allo stesso tempo sia dinamico e creativo perché se no ‘che palle!’, di avere una bella casa, dei bei vestiti alla moda, una gran macchina e magari un bel cane di razza con cui farsi tanti selfie da pubblicare su Instagram perché se no non sei abbastanza bella e non hai abbastanza followers e quindi ti senti sbagliata e non abbastanza attraente. Qui ogni giorno mi sveglio in una stanzetta di legno di 10 metri quadrati, in una casa che non è nemmeno lo sgabuzzino della Reggia di Venaria, ho un armadio grosso quanto una valigia, ho un contratto di lavoro temporaneo e non ho un fidanzato ma, giuro, non mi sento assolutamente sola. Io ho me stessa e un sacco di persone in ogni mia vita. Si può vivere in mille modi -non critico nessuno, chi riesce a mantenersi grazie alle foto sui social è un grande-  l’importante è essere padroni di scegliere il proprio stile, essere pronti a farlo anche se non è lo stile più gettonato e anche se gli altri non lo comprendono e lo giudicano male.

Ed è solo grazie ad averla pensata così se qui oggi posso essere felice perché libera di vivere, pensare, osservare, mettere in pratica ed esprimermi per ciò che sono.

Il risultato è pazzesco.

 

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CASA SELVA

La ricerca di casa -chi lo ha provato lo sa bene- è sempre spossante e psicologicamente difficile. Però, quando si trova quella giusta, è una gioia ineguagliabile, perché non si ha vinto solo una stanza, bensì la possibilità di svegliarsi felice ogni mattina.

Ho 26 anni e fino ad oggi ho abitato in 17 case diverse ripartite in 7 città, 5 nazioni e 2 continenti. Ho avuto 47 coinquilini di quasi tutte le nazionalità occidentali possibili, 61 adesso contando i condomini di Casa Selva. Sono sempre state esperienze davvero bellissime -a parte due da cui sono scappata!- di condivisione, allegria, intensità. Quando si vive con qualcuno con cui si va d’accordo questa persona diventa automaticamente un fratello o una sorella. Per me, che non ho mai vissuto in casa con le mie sorelle e molto poco con mio fratello, i coinquilini hanno significato davvero tanto, sono stati la mia prima vera compagnia full time. Allora ogni casa è stata una vera famiglia: a partire da Luchino, ad Ariangiangela, a Tim e Ludo, a Carota, Mae e Stephan, a Vale, Giulio e Marcio, a Silla. E’ sempre stato un sogno vivere con loro e poterli vedere fin dal mattino cucinare rispettivamente la megapasta alla Luch, un delizioso riso al finocchio, broccoli puzzoni e schifoso hamburger di tofu, 24h su24 Viña del Mar, guacamole e tè freddo, mate fino a uccidersi, squisito pollo di Vale, minestroni salutari, Carbonara con vero guanciale, e ordinare Just Eat ogni sera a qualunque ora. Ogni coinquilino è incredibilmente diverso dall’altro, ma tutti quanti mi hanno lasciato decisamente un pezzo di cuore e sì, mi hanno cambiato la vita. Dopo la Laurea Magistrale di novembre avevo finalmente deciso di prendere casa da sola a Torino, un bel bilocale in piazza Bodoni, per fare finalmente la grande. Mi ero detta “Basta, l’epoca coinquilini è finita, ora si volta pagina, è il momento di lavorare sodo e rilassarsi la sera davanti alla tv”. Ma le cose -fortunatamente- non vanno sempre come si pianificano. Ed eccomi qui in Costa Rica, insieme alla mia nuova famiglia di Casa Selva. Direi che non poteva andarmi meglio, sono davvero felice di stare ancora condividendo tutto con nuovi coinquilini che faranno sempre parte della mia vita, invece di essermi già tristemente convinta a vivere la vita in modo individualista ed egoista, nei miei vuoti spazi solitari.

Adattarmi è la cosa che so fare meglio, per cui ci ho messo tre giorni esatti a passare dall’entrare in casa e rintanarmi da sola nella mia stanza per mancanza di voglia di parlare con altra gente dopo il lavoro, all’entrare in casa e non vedere la mia stanza fino al momento in cui vado a dormire, poiché presa bene dal condividere chiacchiere e tempo con chi di loro trovo per mangiarci insieme, ballare un po’, cantare musica internazionale, tradurre parole in italiano, berci una birra, vederci un film. In Casa Selva non ci si può mai sentire soli, davvero. La cosa che mi ha sorpreso maggiormente è che chiunque in Casa Selva è il vero benvenuto: per cui oltre a Marie, Alex, Samuel, Raul, Corinne (europei come me), Bruja, Marti, Steven, Madelaine (costaricensi), Sebas, Luciano (argentini), Damian e Magaly (nicaraguensi), ci sono altri personaggi che non vivono proprio qui ma, in realtà, alla fine sì. Allora tutti i giorni anche Seba Negro (salvadoregno), Chito e Gaucho (costaricensi), Luis (messicano), il Parce (colombiano) -ed altri che ancora non conosco bene- abitano Casa Selva con noi. La cosa davvero peculiare è che nessuno si sta antipatico, nessuno è isolato dal gruppo, nessuno litiga, ci si spiega sempre. Alle volte usciamo tutti insieme, alle altre ci si divide in piccoli gruppi e si fanno cose diverse; c’è chi è freelance e quindi fa sempre le ore piccole, chi invece come me e le altre ragazze si sveglia molto presto per andare a lavoro. Ci sono giorni in cui qualcuno se ne sta nella propria stanza, altri in cui si va a passeggiare tutti insieme in montagna. Quando usciamo tutti insieme diamo nell’occhio, la gente riconosce quelli di Casa Selva: calcolando che siamo una ventina appena arriviamo in un locale lo riempiamo completamente, ad esempio ogni martedì sera al Sotano (stile Des Arts di Torino), a sentire jam session di jazz, ci accaparriamo noi tutte le sedie disponibili davanti al palco, o quando andiamo a ballare alla Cali all’Area (delle dimensioni del Dr. Sax) occupiamo tutta la pista. Di esperienze ne avevo accumulate molte, ma non sapevo cosa volesse dire vivere in una famiglia così numerosa: ci vuole un po’ di pazienza, ma è davvero bellissimo.

Gli abitanti di Casa Selva sono artisti e viaggiatori tra i 25 e i 32 anni, provenienti da quasi tutto il mondo. Vivere in una casa così non è però proprio da tutti; diciamo che bisogna avere un certo tipo di spirito, di energia e di pazienza. Si parla molto e si dorme poco. Casa Selva è un progetto iniziato da Steven 5 anni fa: decise di prendere una casa grande -a due piani con giardino e con molte stanze- e di trasformarla in una specie di comune per progetti sociali. Casa Selva è infatti aperta a tutti, non c’è mattino che mi svegli e non trovi troupe cinematografiche, fotografi, attori di teatro, gruppi di yoga,  etc, usare il nostro salone o il giardino per svolgere i loro progetti. E’ davvero stimolante far parte di un progetto così, poiché ognuno ha la possibilità di partecipare buttandoci dentro le proprie abilità. Ci sono state da poco le elezioni politiche in Costa Rica in cui rischiava di risultare vincitore Fabricio Alvarado, un candidato conservatore, omofobo e contro le minoranze. Quando sono entrata in Casa Selva i ragazzi stavano organizzando la campagna in difesa dei diritti egualitari, con tanto di produzione video, set fotografici, stampa di locandine, promozione social. Ovviamente io ho dato una mano nella comunicazione del progetto e nelle strategie digitali. Sulla scia di Casa Selva sono nate altre case, come Casa Banana e Casa Mundo, con le quali collaboriamo e organizziamo eventi. Cene internazionali, olimpiadi tra le case, concerti, corsi, feste di spirito, etc, sono al centro dell’attenzione nel panorama di San Josè. Io ho iniziato con Raul a fare lezioni di italiano, poiché lavora per Amazon e se riuscisse a imparare un’ulteriore lingua guadagnerebbe quasi il doppio; in cambio lui mi prepara qualche piatto di pasta alla scozzese (burro, burro, burro). Le serate in Casa Selva sono tutte diverse: alcune volte si mangia tutti insieme e poi si va a nanna, altre si passa l’intera notte a chiacchierare in salone, seduti per terra, a raccontarci storie di vite davvero lontane, ma che alla fine poi sembrano somigliarsi tutte. Nonostante le diverse nazionalità abbiamo tutti uno spirito comune. Ciò che non manca mai in casa è la musica: quasi tutti sanno suonare la chitarra, l’ukulele e la batteria. In questo sento davvero la mia carenza di allenamento musicale e quindi spesso mi limito ad assecondare il gruppo con battito di mano e sorrisi. Però una sera la chitarra l’ho suonata io: Sebas mi aveva detto che l’arte è dentro di noi e che la musica non è solo tecnica, per cui ho improvvisato un po’ e alla fine qualcosa di buono è uscito davvero. A Casa Selva nessuno giudica, qui la libera espressione esiste davvero. Qui l’artista che è in noi viene fuori in modo naturale. Non c’è tempo per abbattersi o per piangersi addosso: qualche dolce saggio selvatico è sempre disponibile a regalare supporto e consigli. Insomma, a Casa Selva non ci si annoia mai, si improvvisa sempre qualcosa di interessante e assolutamente senza senso. Ma soprattutto tra queste mura non sento pulsare quel fastidioso vuoto che mi accompagna dalla nascita, quel sottofondo nostalgico di incompletezza cronica: in Casa Selva mi sento piena e con una voglia matta di arricchirmi ancor di più.

Sono certa che ci saranno molte cose da raccontare di Casa Selva durante la mia permanenza.

TRA ASPETTATIVA E REALTA’: AIESEC

Aiesec è l’organizzazione studentesca più grande al mondo che permette ai giovani fino ai 30 anni di partecipare a bandi di lavoro e progetti di volontariato. Con la sua presenza in 126 paesi del mondo e un network con più di 100.000 studenti provenienti da più di 2400 università, coinvolge oggi quasi l’intero globo e permette a tutti di partire e partecipare attivamente alla condivisione di culture e conoscenza. Nasce con virtuosi propositi dopo la seconda guerra mondiale, con l’intento di cambiare le dinamiche internazionali, puntando all’integrazione e alla collaborazione tra i paesi, vedendo nello scambio la più grande ricchezza. E’ una delle poche cose che ci è riuscita davvero, perché è proprio grazie a progetti come questo se oggi in Francia ci si va per formarsi e non per farsi la guerra.

Il contratto che avevo firmato con Aiesec prima della mia partenza prevedeva vitto e alloggio. La sistemazione doveva essere presso una famiglia locale che mi avrebbe fornito anche i viveri e avrei avuto a disposizione un buddy, ovvero una persona fisica che mi sarebbe venuto a prendere in aeroporto, mi avrebbe accompagnato a lavoro il primo giorno, mi avrebbe aiutato per qualsiasi problema tecnico e scartoffia burocratica. Bene, pacchetto completo, sembrerebbe. Ma i pacchetti all inclusive sono sempre poi un po’ diversi dalla foto promozionale. Veniamo quindi alla realtà dei fatti.

1. Vitto e alloggio. Dove mi hanno sistemata già ve l’ho detto. Quindi il primo obiettivo è stato leggermente diverso da quanto prestabilito: non era una famiglia ma bensì un ragazzo davvero giovane che avrebbe dovuto “prendersi cura” di me. La casa di latta di Wilmer aveva una sola stanza da letto ed era priva di gas e di acqua calda, che nel mondo moderno sono considerati elementi basilari alla sopravvivenza. La prima doccia gelida dopo 22 ore di viaggio aereo penso che sia stata non solo difficile, bensì dolorosa. Ci ho provato in tutti i modi a mettermi sotto l’acqua fredda, ma non ci riuscivo proprio. Era notte, fuori c’erano all’incirca 16 gradi, l’acqua era fredda come quella dei Tumpi, giuro. Stavo quindi in piedi a un metro di distanza dal getto, guardandolo con occhi da cane bastonato, mentre avvicinavo le mani per raccogliere un po’ d’acqua da lanciarmi addosso. Ci ho messo almeno 45 minuti a lavarmi un po’! Credo che quello sia stato l’unico momento dove mi son detta “Brava Fede! Fare 20 ore di viaggio aereo per trasferirti da sola dall’altra parte del mondo per finire in questa merda è stata proprio una grande mossa! Cosa ti aspettavi di trovare?”. Ma mentre ero lì lì per tirar giù una lacrimuccia e abbandonarmi a sensi di colpa e ansie di ogni tipo, la mia parte più razionale e matura mi venne in aiuto a ricordarmi della stanchezza, dello stress accumulato durante il giorno, motivi per cui sicuramente stavo interpretando male la realtà attorno a me. “Tranquilla, non è brutta, devi solo avere pazienza! Ci vorrà un po’ ad abituarsi alla nuova vita! E una doccia fredda non ha mai ucciso nessuno. Su Su!”, mi sono detta. Non so se capiti anche alle altre persone, ma quando  io devo prendere una decisione, analizzare una situazione o passare all’azione, mi confronto con le due me. Forse sono bipolare o forse è ciò che accade a chi come me si abitua a viaggiare da solo, a mangiare da solo, a fare la spesa da solo, ad andare in un altro Paese da solo, a socializzare in ostello da solo, a ricominciare da solo, ad andare a dormire da solo, a studiare da solo, a lavorare da solo, etc, e alla fine ritrova in se stesso il perfetto e fedele amico. Motivo per cui io mi ascolto sempre, mi conosco molto bene. Quindi, rigenerata post doccia, andai a dormire sufficientemente tranquilla. All’uscita del bagno trovai una situazione inaspettata: le persone possono stupirci in tanti modi, ma quando lo fanno in senso positivo è qualcosa di toccante. Wilmer,  il mio host, giovane ingegnere studente e lavoratore, in modo assolutamente volontario e senza ricevere nulla in cambio, aveva deciso non solo di ospitarmi e di divedere con me le poche cose che aveva, ma addirittura mi stava lasciando a disposizione l’intera camera per farmi sentire bene. Si era trasferito con una coperta e un cuscino su un materasso gonfiabile in salotto. Sulla parete della “mia” camera aveva appeso un poster fatto da lui, con su scritto “Benvienida Federica, Costa Rica es tu Casa” accanto a una enorme bandiera dell’Italia. Aveva fatto tutto questo per me, cioè per una persona che nemmeno conosceva. Lo aveva fatto per il semplice fatto di essere utile, di aiutare una ragazza a iniziare una nuova vita in terra straniera. I costaricensi hanno un senso della gentilezza che è anni luce avanti al nostro egoismo occidentale. Si respira ovunque. Superati quindi i primi disagi affrontati all’arrivo, posso dire che è stato un miracolo incontrare Wilmer, mi ha davvero aiutata e fatta sentire protetta.

2. Il Buddy. Vi dico solo che vivo in Costa Rica da circa un mese ormai e ad oggi non so ancora chi sia il mio buddy. L’unica volta che ho incontrato una volontaria di Aiesec – Veronica, ma non sono sicura che fosse lei il mio buddy designato-  è stato il primo giorno di lavoro. Dovevo essere in ufficio alle 8.00 di mercoledì 7 marzo (avrei dovuto iniziare il 5 ma Veronica non si era messa d’accordo con l’azienda e non mi aveva avvisata, motivo per cui io avevo acquistato il volo appositamente per il sabato 3 marzo, anche se più caro, proprio per rispettare le date del contratto, ma va bè, lasciamo perdere), quindi ci accordammo telefonicamente di vederci alle 7.40 alla fermata del bus (perché non aveva voglia di passarmi a prendere a casa!). Arrivo alle 7.35 alla fermata, dopo averle già inviato due messaggi a cui non avevo ricevuto risposta; scendo dal bus e mi siedo sulla panchina ad aspettare. Mi guardo attorno e metto in pratica tutti i consigli che mi erano stati dati. Avevo già tolto le collanine e i bracciali e ricordato di lasciare a casa il bancomat e il passaporto; adesso ero intenta a superare le prove più difficili. Stavo cercando di non tirare fuori il cellulare -per non attirare l’attenzione- e di non guardare le persone in faccia- non volevo sembrare curiosa o  critica-  sforzandomi di non guardare nemmeno per terra -solo gli stranieri insicuri lo avrebbero fatto. Sostanzialmente l’obiettivo era di non far capire di essere straniera (come cazzo si fa?!Dove cazzo posso guardare?). Decido quindi di tenere indosso gli occhiali a specchio -anche se sono sporchi e non vedo troppo bene- perché così maschero inoltre gli occhi chiari da europea -anche se non so se abbia senso, ma in questo momento mi sembra di sì. Cerco di non farmi vedere tesa perché se no lo percepiscono -li sto immaginando tipo dei predatori affamati e io un povera e sfigata pecorella smarrita- e chi lo sa che succede, chissà in che modo ti fanno fuori qui. Tengo la borsa stretta stretta, ho il Mac dentro, se provano a rubarmelo sono pronta a combattere. DIO CHE ANSIA, ma dov’è sta Veronica? Nel momento in cui sto per imprecare mi avvisa che in dieci minuti sarebbe arrivata e che era in ritardo a causa del traffico. Penso “Ma dai! Vivo a San José da due giorni ma lo so già che c’è sempre traffico, motivo per cui saresti dovuta partire prima!!!”, ma le rispondo solo con un semplice “ok sono alla fermata che aspetto”, sperando che nel frattempo non capiti il peggio. Sono le 8.00 e di Veronica nemmeno l’ombra. E muoviti però, sono già in ritardo! Mi dice di stare tranquilla che tanto è in macchina e dalla fermata a lavoro ci mettiamo cinque minuti. Io aspetto, ma inizio a scazzarmi di brutto. E’ il mio primo giorno di lavoro, sono tesa e devo arrivare in ritardo per colpa di una che manco so chi è. Veronica si presenta alle 8.16 e… a piedi! Iniziamo quindi a camminare verso l’ufficio e faccio davvero uno sforzo di falsità immensa nel farle semplici domande di conoscenza. Dentro sono furiosa. Lei sembra assolutamente tranquilla e indifferente. Dopo dieci minuti sotto il sole cocente arrivo a lavoro sudata, ma sollevata, perché finalmente ci saranno altre persone e non dovrò più fingere di essere gentile con Veronica. Entro e scopro che il mio capo, un certo Nestor, non è ancora arrivato. Capisco che qui gli orari sono decisamente diversi dai nostri,  che è un’altra cultura, un altro mondo, che forse sono io che devo calmarmi e non avere fretta di imparare. Con il tempo lo accetterò e inizierò a capire i costaricensi. Fortunatamente non ho avuto bisogno del buddy nei giorni a venire perché Wilmer mi ha accompagnato a fare la spesa, mi ha aiutato a fare la nuova scheda telefonica, mi ha insegnato a usare i mezzi pubblici (non sono assolutamente come i nostri!), mi ha detto all’incirca come muovermi e dove non andare mai, per nessun motivo. Dopo di che sono grande e vaccinata e al terzo giorno ho iniziato a essere indipendente ed esplorare la zona da sola, ma con molta cautela. E comunque era sempre meglio rischiare e uscire da sola che non dover ricontattare Veronica!

Con questo non voglio assolutamente parlare male di Aiesec, è un’organizzazione incredibile e offre molte possibilità. Voglio solo informare che la gestione degli studenti (tutti volontari) è come si può immaginare un’autogestione: bella, interessante, nobile ma con mancanza di esperienza. Partire ‘avvisati’ è sicuramente un vantaggio: se non ci si aspettano grandi cose non si può rimanere delusi dalla realtà che si trova. Man mano che sto conoscendo la cultura costaricense inizio a vedere l’episodio del primo giorno come un mio delirio di persecuzione vicino alla schizofrenia. L’ansia gioca brutti scherzi, è necessario imparare a controllarla. Ora vivo proprio vicino al lavoro e a quella fermata del bus e giro sempre a piedi, anche da sola; ho rimesso le collanine e i bracciali, tiro fuori il telefono facendo un po’ di attenzione, guardo la gente e la saluto, ma soprattutto non m i sento più quella straniera con pregiudizi del primo giorno. E’ incredibile come cambino le cose quando le si guardano con occhi diversi! Credo che bisognerebbe solo avere pazienza e lasciare che il tempo faccia il suo corso naturale, senza bramare troppo e apprezzare ciò che c’è. Io ci sto riuscendo.