TRA ASPETTATIVA E REALTA’: AIESEC

Aiesec è l’organizzazione studentesca più grande al mondo che permette ai giovani fino ai 30 anni di partecipare a bandi di lavoro e progetti di volontariato. Con la sua presenza in 126 paesi del mondo e un network con più di 100.000 studenti provenienti da più di 2400 università, coinvolge oggi quasi l’intero globo e permette a tutti di partire e partecipare attivamente alla condivisione di culture e conoscenza. Nasce con virtuosi propositi dopo la seconda guerra mondiale, con l’intento di cambiare le dinamiche internazionali, puntando all’integrazione e alla collaborazione tra i paesi, vedendo nello scambio la più grande ricchezza. E’ una delle poche cose che ci è riuscita davvero, perché è proprio grazie a progetti come questo se oggi in Francia ci si va per formarsi e non per farsi la guerra.

Il contratto che avevo firmato con Aiesec prima della mia partenza prevedeva vitto e alloggio. La sistemazione doveva essere presso una famiglia locale che mi avrebbe fornito anche i viveri e avrei avuto a disposizione un buddy, ovvero una persona fisica che mi sarebbe venuto a prendere in aeroporto, mi avrebbe accompagnato a lavoro il primo giorno, mi avrebbe aiutato per qualsiasi problema tecnico e scartoffia burocratica. Bene, pacchetto completo, sembrerebbe. Ma i pacchetti all inclusive sono sempre poi un po’ diversi dalla foto promozionale. Veniamo quindi alla realtà dei fatti.

1. Vitto e alloggio. Dove mi hanno sistemata già ve l’ho detto. Quindi il primo obiettivo è stato leggermente diverso da quanto prestabilito: non era una famiglia ma bensì un ragazzo davvero giovane che avrebbe dovuto “prendersi cura” di me. La casa di latta di Wilmer aveva una sola stanza da letto ed era priva di gas e di acqua calda, che nel mondo moderno sono considerati elementi basilari alla sopravvivenza. La prima doccia gelida dopo 22 ore di viaggio aereo penso che sia stata non solo difficile, bensì dolorosa. Ci ho provato in tutti i modi a mettermi sotto l’acqua fredda, ma non ci riuscivo proprio. Era notte, fuori c’erano all’incirca 16 gradi, l’acqua era fredda come quella dei Tumpi, giuro. Stavo quindi in piedi a un metro di distanza dal getto, guardandolo con occhi da cane bastonato, mentre avvicinavo le mani per raccogliere un po’ d’acqua da lanciarmi addosso. Ci ho messo almeno 45 minuti a lavarmi un po’! Credo che quello sia stato l’unico momento dove mi son detta “Brava Fede! Fare 20 ore di viaggio aereo per trasferirti da sola dall’altra parte del mondo per finire in questa merda è stata proprio una grande mossa! Cosa ti aspettavi di trovare?”. Ma mentre ero lì lì per tirar giù una lacrimuccia e abbandonarmi a sensi di colpa e ansie di ogni tipo, la mia parte più razionale e matura mi venne in aiuto a ricordarmi della stanchezza, dello stress accumulato durante il giorno, motivi per cui sicuramente stavo interpretando male la realtà attorno a me. “Tranquilla, non è brutta, devi solo avere pazienza! Ci vorrà un po’ ad abituarsi alla nuova vita! E una doccia fredda non ha mai ucciso nessuno. Su Su!”, mi sono detta. Non so se capiti anche alle altre persone, ma quando  io devo prendere una decisione, analizzare una situazione o passare all’azione, mi confronto con le due me. Forse sono bipolare o forse è ciò che accade a chi come me si abitua a viaggiare da solo, a mangiare da solo, a fare la spesa da solo, ad andare in un altro Paese da solo, a socializzare in ostello da solo, a ricominciare da solo, ad andare a dormire da solo, a studiare da solo, a lavorare da solo, etc, e alla fine ritrova in se stesso il perfetto e fedele amico. Motivo per cui io mi ascolto sempre, mi conosco molto bene. Quindi, rigenerata post doccia, andai a dormire sufficientemente tranquilla. All’uscita del bagno trovai una situazione inaspettata: le persone possono stupirci in tanti modi, ma quando lo fanno in senso positivo è qualcosa di toccante. Wilmer,  il mio host, giovane ingegnere studente e lavoratore, in modo assolutamente volontario e senza ricevere nulla in cambio, aveva deciso non solo di ospitarmi e di divedere con me le poche cose che aveva, ma addirittura mi stava lasciando a disposizione l’intera camera per farmi sentire bene. Si era trasferito con una coperta e un cuscino su un materasso gonfiabile in salotto. Sulla parete della “mia” camera aveva appeso un poster fatto da lui, con su scritto “Benvienida Federica, Costa Rica es tu Casa” accanto a una enorme bandiera dell’Italia. Aveva fatto tutto questo per me, cioè per una persona che nemmeno conosceva. Lo aveva fatto per il semplice fatto di essere utile, di aiutare una ragazza a iniziare una nuova vita in terra straniera. I costaricensi hanno un senso della gentilezza che è anni luce avanti al nostro egoismo occidentale. Si respira ovunque. Superati quindi i primi disagi affrontati all’arrivo, posso dire che è stato un miracolo incontrare Wilmer, mi ha davvero aiutata e fatta sentire protetta.

2. Il Buddy. Vi dico solo che vivo in Costa Rica da circa un mese ormai e ad oggi non so ancora chi sia il mio buddy. L’unica volta che ho incontrato una volontaria di Aiesec – Veronica, ma non sono sicura che fosse lei il mio buddy designato-  è stato il primo giorno di lavoro. Dovevo essere in ufficio alle 8.00 di mercoledì 7 marzo (avrei dovuto iniziare il 5 ma Veronica non si era messa d’accordo con l’azienda e non mi aveva avvisata, motivo per cui io avevo acquistato il volo appositamente per il sabato 3 marzo, anche se più caro, proprio per rispettare le date del contratto, ma va bè, lasciamo perdere), quindi ci accordammo telefonicamente di vederci alle 7.40 alla fermata del bus (perché non aveva voglia di passarmi a prendere a casa!). Arrivo alle 7.35 alla fermata, dopo averle già inviato due messaggi a cui non avevo ricevuto risposta; scendo dal bus e mi siedo sulla panchina ad aspettare. Mi guardo attorno e metto in pratica tutti i consigli che mi erano stati dati. Avevo già tolto le collanine e i bracciali e ricordato di lasciare a casa il bancomat e il passaporto; adesso ero intenta a superare le prove più difficili. Stavo cercando di non tirare fuori il cellulare -per non attirare l’attenzione- e di non guardare le persone in faccia- non volevo sembrare curiosa o  critica-  sforzandomi di non guardare nemmeno per terra -solo gli stranieri insicuri lo avrebbero fatto. Sostanzialmente l’obiettivo era di non far capire di essere straniera (come cazzo si fa?!Dove cazzo posso guardare?). Decido quindi di tenere indosso gli occhiali a specchio -anche se sono sporchi e non vedo troppo bene- perché così maschero inoltre gli occhi chiari da europea -anche se non so se abbia senso, ma in questo momento mi sembra di sì. Cerco di non farmi vedere tesa perché se no lo percepiscono -li sto immaginando tipo dei predatori affamati e io un povera e sfigata pecorella smarrita- e chi lo sa che succede, chissà in che modo ti fanno fuori qui. Tengo la borsa stretta stretta, ho il Mac dentro, se provano a rubarmelo sono pronta a combattere. DIO CHE ANSIA, ma dov’è sta Veronica? Nel momento in cui sto per imprecare mi avvisa che in dieci minuti sarebbe arrivata e che era in ritardo a causa del traffico. Penso “Ma dai! Vivo a San José da due giorni ma lo so già che c’è sempre traffico, motivo per cui saresti dovuta partire prima!!!”, ma le rispondo solo con un semplice “ok sono alla fermata che aspetto”, sperando che nel frattempo non capiti il peggio. Sono le 8.00 e di Veronica nemmeno l’ombra. E muoviti però, sono già in ritardo! Mi dice di stare tranquilla che tanto è in macchina e dalla fermata a lavoro ci mettiamo cinque minuti. Io aspetto, ma inizio a scazzarmi di brutto. E’ il mio primo giorno di lavoro, sono tesa e devo arrivare in ritardo per colpa di una che manco so chi è. Veronica si presenta alle 8.16 e… a piedi! Iniziamo quindi a camminare verso l’ufficio e faccio davvero uno sforzo di falsità immensa nel farle semplici domande di conoscenza. Dentro sono furiosa. Lei sembra assolutamente tranquilla e indifferente. Dopo dieci minuti sotto il sole cocente arrivo a lavoro sudata, ma sollevata, perché finalmente ci saranno altre persone e non dovrò più fingere di essere gentile con Veronica. Entro e scopro che il mio capo, un certo Nestor, non è ancora arrivato. Capisco che qui gli orari sono decisamente diversi dai nostri,  che è un’altra cultura, un altro mondo, che forse sono io che devo calmarmi e non avere fretta di imparare. Con il tempo lo accetterò e inizierò a capire i costaricensi. Fortunatamente non ho avuto bisogno del buddy nei giorni a venire perché Wilmer mi ha accompagnato a fare la spesa, mi ha aiutato a fare la nuova scheda telefonica, mi ha insegnato a usare i mezzi pubblici (non sono assolutamente come i nostri!), mi ha detto all’incirca come muovermi e dove non andare mai, per nessun motivo. Dopo di che sono grande e vaccinata e al terzo giorno ho iniziato a essere indipendente ed esplorare la zona da sola, ma con molta cautela. E comunque era sempre meglio rischiare e uscire da sola che non dover ricontattare Veronica!

Con questo non voglio assolutamente parlare male di Aiesec, è un’organizzazione incredibile e offre molte possibilità. Voglio solo informare che la gestione degli studenti (tutti volontari) è come si può immaginare un’autogestione: bella, interessante, nobile ma con mancanza di esperienza. Partire ‘avvisati’ è sicuramente un vantaggio: se non ci si aspettano grandi cose non si può rimanere delusi dalla realtà che si trova. Man mano che sto conoscendo la cultura costaricense inizio a vedere l’episodio del primo giorno come un mio delirio di persecuzione vicino alla schizofrenia. L’ansia gioca brutti scherzi, è necessario imparare a controllarla. Ora vivo proprio vicino al lavoro e a quella fermata del bus e giro sempre a piedi, anche da sola; ho rimesso le collanine e i bracciali, tiro fuori il telefono facendo un po’ di attenzione, guardo la gente e la saluto, ma soprattutto non m i sento più quella straniera con pregiudizi del primo giorno. E’ incredibile come cambino le cose quando le si guardano con occhi diversi! Credo che bisognerebbe solo avere pazienza e lasciare che il tempo faccia il suo corso naturale, senza bramare troppo e apprezzare ciò che c’è. Io ci sto riuscendo.

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El Tiroteo

Ore 2.40 am, Los Yoses, San Josè.

Sono con Chito, Marie e Bruja e stiamo andando verso casa dopo la prima nottata di festa in città. Passiamo di fronte all’unico bar aperto che ha una cucina 24 ore. Senza pensarci Bruja entra a ordinare, Chito e Marie invece parlano nel parcheggio. Io me ne sto un po’ in disparte un po’ per stanchezza, un po’ per nostalgia. Mi sento lontana da casa, dai miei amici, dalle mie abitudini. Alla fine chi sono questi?!! Vorrei essere allo Strana, vedere il sorriso di Roby, sentire le cazzate di Monti e incrociare volti conosciuti. Le birre bevute in serata non mi stanno affatto aiutando. Sento un vuoto che brucia. Ma dopo una decina di minuti di malinconia e silenzio alzo gli occhi al cielo, guardo Orione, mi convinco a smetterla di fare questi brutti pensieri e decido di entrare a ordinarmi una empanada. Alla fine sono qui ed è il presente che devo vivere.

Varco la soglia di ingresso e vedo il signore del locale corrermi incontro, superarmi, richiudere in tutta fretta la serranda alle mie spalle. In un primo momento penso che magari vorrebbe andare a dormire e non voglia più fare entrare clienti. Però qualcosa non quadra. Nemmeno 10 secondi dopo alcuni clienti iniziano a correre verso il fondo del locale, altri si buttano a terra coprendosi la testa con le mani, i baristi si nascondono dietro il bancone, mentre io guardo la scena come se fossi uno spettatore. Non sto capendo nulla, mi sembrano tutti matti. Bruja, il mio coinquilino di Casa Selva, mi afferra per un braccio e mi trascina verso la cucina del locale. Mi abbraccia, coprendomi, mentre ci rannicchiamo a terra accanto ad altre persone.

Continuo a non capire.

La gente si guarda spaventata e la parola ricorrente tra la folla è “tiroteo”. Qui la conoscenza della lingua non mi aiuta. Non ho idea di cosa voglia dire, mi sento scomoda e voglio andare a casa. Lo dico a Bruja, lui esce dalla cucina, qualcuno gli dice che il peggio è passato. Voglio andare via dal locale e rifugiarmi da sola nella mia stanza. Lui mi dice di aspettare, che non sa se ancora stiano continuando. Continuando a fare che? Lui mi fa il segno della pistola con la mano. Nello stesso momento connetto l’orecchio ai suoni del mondo esterno e inizio a sentire i colpi. Cazzo una sparatoria! Mi rendo conto in quel momento che stava andando avanti da almeno due minuti. Finiti i colpi il proprietario riapre la serranda per andare a vedere e io ne approfitto per scappare. A mente lucida mi rendo conto che uscire dal locale non era la decisione migliore, ma in quel momento volevo solo andare via. Dico a Bruja che sto per correre fino a casa, di seguirmi. Vado, non guardo per terra, non voglio vedere cose che poi non potrei più dimenticare. Punto gli occhi al cielo, ritrovo Orione, corro come mai prima d’ora fino a raggiungere casa.

Questa è stata la conclusione della prima serata di festa nella capitale latina. Sono un po’ spaventata, penso che sia davvero un altro mondo. Però parlando con le persone locali vengo a sapere nei giorni successivi che è stato un evento anomalo, che in questa zona della città è assolutamente inusuale, che loro nell’arco di trent’anni non hanno mai assistito a una sparatoria. Mi rilasso, capisco che non è all’ordine del giorno. Penso di esser stata molto fortunata, sono felice di essere entrata nel locale a cercare una empanada, ma ancor di più di essere arrivata a casa sana e salva. Se fossi rimasta fuori a fare pensieri tristi magari non sarebbe finita così.

Alla fine, tra i vari feriti, tre sono molto gravi e forse non ce la faranno. Un ragazzo ha 15 colpi di arma da fuoco sparsi per il corpo, di cui uno nel cranio. La ragazza ne ha altri 10 e l’amico una dozzina. Tutti e tre sono più giovani di me. Le cause sono ancora ignote.

La vita in Latino America è anche questa. Il tipo di criminalità è diversa da quella europea e non bisogna mai abbassare la guardia, ma nemmeno vivere nel terrore.  Due giorni dopo l’avvenimento la storia è già stata archiviata e superata da tutti. Per quanto riguarda me, devo dire che a confronto l’esperienza di piazza San Carlo per la finale di Champions League mi aveva turbato e terrorizzato decisamente di più, forse perché il terrorismo europeo è contro chiunque sia lì, mentre qui era mirato a qualcuno in particolare. Ma è solo un’ipotesi di pancia. Io comunque sono tranquilla, continuo a passeggiare nella zona e sono ritornata a mangiare in quel locale. Sto bene e ho un’esperienza in più da raccontare.

Vivere a San José

San José è la capitale della Costa Rica. Conta circa 334.000 abitanti suddivisi in 11 distretti.

Vivere in una capitale è diverso dal vivere in una cittadina come Pinerolo. E fin qui ci siamo. Ma vivere a San José è ben diverso dal vivere in qualunque altra capitale europea. La cosa che non ci si aspetta è che San José è per meglio dire una provincia, non una città. Innanzitutto raramente si trovano palazzoni, sono quasi tutte casette a due piani. E’ come se fosse un insieme di paesi che convertono tutti in un punto, chiamato centro. La prima cosa che normalmente si va a vedere in una nuova città è proprio il centro. Errore! Qui il centro non ha nulla di che, se non il traffico e un sacco di gente, ma soprattutto è uno dei posti più pericolosi della provincia. Se state pensando di cercare un Airbnb nel centro latino, non lo fate! Il pericolo maggiore si concentra nelle principali vie che percorrono i turisti durante il giorno. I quartieri limitrofi sono tutti ghetti di diverse culture accomunati da un unico elemento: l’oscurità che emerge al calar del sole. Onestamente non ho ancora avuto l’onore di passeggiare per queste vie durante la notte, ma non ci tengo. I racconti sono tutti uguali, simili a The walking Dead: la gente che vaga per quelle vie potrebbe essere riconducibile a quelli che da noi vengono definiti i “tossici della notte”. Però molto peggio. La differenza è che qui ti seguono, ti accerchiano in gruppo, ti derubano e poi non si sa. Coloro che lo raccontano usano il verbo assaltar, che spiega un po’ tutto. Quindi, ogni weekend che decido di uscire dalla città per scoprire la natura selvaggia di questo paradiso, mi reco alla stazione dei bus solo ed esclusivamente in Uber e al mio ritorno non esco dalla stazione per nessun motivo finché il buon tassista non viene lì dentro a riprendermi. Però, con le giuste precauzioni, San José non è così male. Si potrebbe definire il paese dell’eterna contraddizione: bianche ville stile holliwoodiano con palme e fiori colorate si susseguono in piccoli quartieri dai locali super fancy. Qui si cammina tranquilli per strada come in Europa, è difficile trovare parcheggio ed è tutto suuuuper caro! Già, perché la Costa Rica costa molto di più di quanto si possa immaginare (ad esempio una crema solare costa almeno 20 euro, un pacco di sigarette 10 euro, una t-shirt da Zara almeno 40 euro). Calcolate più o meno il doppio dell’Italia. Dall’altro lato, però, si può mangiare a pranzo in un ristorante tipico ed avere un menu completo per meno di 5 euro o prendere un pullman con 50 centesimi. Accanto alle superville a un certo punto, senza nessun tipo di motivo o avviso del cambiamento, girando una semplice via, inizia una serie di case in lamiera dove non è sicuro mettere piede. Bisogna sapere sempre dove andare. E’ evidente che non ci sia mai stato un piano urbanistico: le vie sono estremamente dissestate, hanno buche, spuntoni e sali-scendi continui. Non sono mai state livellate. Questo significa che ogni volta che si decide di camminare un po’ (qui non è assolutamente all’ordine del giorno!) bisogna costantemente guardare dove si mettono i piedi o si rischia il danno. Dall’altro lato, non c’è un solo centimetro quadrato senza del verde. Palme, siepi, arbusti e fiori di ogni tipo costeggiano le vie, riempiono i giardini, contornano i quartieri. Qui hanno un’attenzione all’ambiante che è anni luce avanti alla nostra. Ma il traffico che intasa la città ogni giorno è decisamente peggio dell’uscita di corso Regina alle 18.00. Per intenderci, per percorrere 20 km ci vogliono dai 50 minuti alle 2 ore, dipendendo dal traffico. Ma una cosa è sicura: mai si potrà impiegare meno tempo. Ci si deve armare di costante pazienza, motivo per cui lo stile della vita è generalmente tranquillo, felice, semplice. Ci si saluta sempre con tutti per strada, nessuno risparmia il proprio sorriso. I volti che si incrociano per le strade sono i più svariati: ci sono peruviani, americani (gringos), argentini, messicani, dominicani, nicaraguensi, panamensi, insomma quasi tutte le nazionalità latine. Non ho mai visto arabi, ci sono pochi cinesi e non molti europei. Ci sono centri commerciali lussuosissimi accanto a baracche, edifici storici attaccati a palazzi decadenti, ristoranti locali accanto a fast-food americani. L’influenza statunitense è molto forte e si vede in tutto: le persone con attenzione alla moda si vestono come gli americani, i ristoranti tipici sono in stile tavola calda con banconi enormi e sgabelli, si trovano grandi catene come Hooters, i ragazzi si ritrovano negli skate park, le persone vanno a fare shopping in enormi centri commerciali dotati di terrazze, giardini e fontane. Nonostante la moneta locale sia il colon (servono all’incirca 690 colones per fare 1 euro) si può pagare dappertutto in dollari americani; ogni commerciante sa convertire in tempo reale il prezzo di qualunque prodotto per facilitare l’aquisto. E’ decisamente un paese che sa come vivere di turismo. Piano piano inizio a scoprire posticini carini, stile europeo, che costano meno e fanno musica dal vivo, e non parlo del reggaeton ma di bellissima musica jazz. In questi posti mi sento molto meno lontana da casa.

In generale comunque San José è una vera città latina: accogliente, forte, solare, misteriosa e contraddittoria. E’ un labirinto in cui ci si può avventurare solo dopo averne studiato attentamente la mappa. Ma una volta che ci si prende confidenza, superato il forte impatto iniziale, comincia a sembrare davvero un bel posto.

 

 

Le Tre Fasi.

I primi giorni sono stati duri. Ma duri veri.

Acostumbrarse in spagnolo significa adattarsi agli usi e costumi, abituarsi. Questa è la prima sfida che ogni viaggio ci mette di fronte. Solo che non si può vedere fin da subito la luce. E forse infine è proprio quello il bello. E allora si entra in un turbine di emozioni contrastanti e assolutamente incoerenti, che avvolge e rapisce facendo quasi perdere il controllo. E l’alternanza di questi momenti corre più velocemente dell’altalena sulla quale si rimaneva prigioniero per colpa dell’amico perfido che spingeva a tutta forza per “farti toccare il fottuto cielo”.

Fase 1. Provo quindi sensazioni di entusiasmo estremo e esagerato -come al mio solito- che mi porta a commuovermi ogni due secondi e a fotografare qualunque cosa: un parco, un palazzo colorato, una strada, un piatto, una persona, un gattino… Rido per tutto, ogni persona sembra gentilissima, originale, allegra e interessante. Parlo con tutti e di tutto, famiglia, desideri, lavoro, cazzate. Discuto sui diversi tipi di spagnolo, qui nessuno parla con il vosotros come me; allora chiedo le differenze, sono interessata alle storie di tutti. Aaaaah come si sta bene dall’altra parte del mondo! Mi sento coraggiosa, in gamba… e chi mi ammazza?! Tutto mi sembra bellissimo e pazzesco. Respiro profumi, assaggio nuove emozioni, assaporo nuovi alcolici. Mi sento invincibile.

Fase 2. Inizio a sentire momenti di cedimento nel giro di 36 ore: il parco sarà anche verdissimo ma non è di sicuro come quello in cui andavo a fumarmi le prime sigarette con Giando, Marta, Marghi, Tania e Ari; il palazzo colorato non può competere con lo stile liberty di Torino, siamo anni luce avanti; le strade sono intasate dal traffico, senza marciapiede, senza storia da osservare in ogni angolo, qui andare in giro con la mia Graziella significherebbe suicidarsi; i piatti sono sani e buoni, ma dov’è la varietà di prodotti italiani? qui solo e sempre riso e fagioli;  quella persona è diversa da me è vero, è a metà tra un indiano d’America e Daddy Yankee, ma alla fine non è pieno di persone diverse anche vicino a casa?; e quel gatto.. be’ quanti gatti ci sono in Italia? e io sono pure allergica! E tutto inizia a sembrare cupo, oscuro, pericoloso, troppo distante da ciò che amo. Devo dire che non piango, forse solo un paio di lacrime in due momenti in cui mi sono sentita barricata in questa gabbia di casa senza poter uscire.

Fase3. Inizio a guardare tutto con occhi diversi. Non sono più una turista. Non esco più scortata da qualcuno che mi spieghi cosa fare e dove andare. Ora so che pullman prendere (qui goodbye Google Maps, tutto è a naso e a esperienza), so cosa vuol dire “Mae, Pura Vida e Tuanis”, che è meglio girare senza collanine né passaporto, che tutto potrebbe succedermi ma che c’è qualcosa che posso fare per evitarlo. Inizio a capire dove posso andare, in quali orari, ho trovato addirittura posti in cui posso camminare per strada di sera da sola e non sentirmi in pericolo. Inizio a sentirmi un po’ a casa, o meglio, inizio a non sentirmi più in terra nemica.

 

L’impatto Latino.

Atterro, ore 19.50 locali. O meglio, le 7.50 pm in questo continente.

Giungo in un sabato sera di inizio marzo, dopo aver viaggiato per 20 ore di luce. Il primo impatto è fondamentalmente neutro. Non ho batticuore, né sento odori pazzeschi e non vedo davanti ai miei occhi qualcosa di assolutamente diverso da me e dal posto da cui vengo. Provo la sensazione di averlo già visto, di esserci già stata, chissà forse era casa mia in un’altra vita. O forse, la mia anima qui non è ancora giunta, avendo una velocità diversa dall’artificiosità di un aereo. O forse, sono semplicemente le connessioni neuronali del mio stanco cervello a farmi credere che non sia nuovo, associazioni di immagini e ricordi incrociati a qualcosa di già visto. E che mentono.

Salgo su una Volvo grigia anni ’70 che deve averne viste molte. A destra e a sinistra sfrecciano grossi camion con pubblicità invasive, tra cui la Tropical, famosa birra locale che sfoggia il motto tradizionale “Pura Vida”. La gente supera da ogni parte, ognuno guida come se fosse l’unico per strada. Anarchia. L’aria è calda e io ho due giacche e una sciarpa di lana, arrivando dal freddo siberiano sceso inaspettatatamente nei giorni precedenti sull’Europa meridionale. Sudo. Sta mattina a Barcellona nevicava, adesso è estate! Sento che il jet lag è il prezzo da pagare per l’accesso a un’altra dimensione. Noto subito che qui il traffico non perdona. Attorno alla strada principale sono tutte casette, campi e palme in ogni dove. Mi da l’idea del nostro meridione, con un clima e una florida vegetazione da Canarie. Sì, mi sembra che non sia poi così diverso dalle mie case precedenti. Ma avvicinandomi alla città scorgo le cancellate in ogni casa, ricoperte e protette da fil di ferro e spuntoni. Ogni abitazione è barricata, i colori sono un po’ più spenti, intravedo al buio una consistenza diversa. Sono case di lamiera, quelle che da lontano in televisione definivo come bidonville. Ok, è anni luce distante dall’idea di “Svizzera del Centro America” che immaginavo. Circumnavigando il centro della capitale, San José, ci infiliamo in strade troppo strette per la quantità di auto. Qualche centinaio di metri dopo l’auto si ferma. Arrivati. L’indirizzo ufficiale che mi era stato inviato era barrio Pinto, 25 metri a est del Bar Las Brumas, casa grigia. Inizio a capire il perché. La mia casetta si trova in una via dissestata caratterizzata dall’arancio ruggine del ferro. Davanti alla mia dimora 50 metri di lamiera grigia e marrone corrono a chiudere quello che in Europa avrei definito un cantiere in costruzione chiuso da anni, ma che qui non saprei minimamente cosa potrebbe nascondere.

Scendo dall’auto e trovo Wilmer, giovane ragazzo costarricense di 22 anni. Mi viene presentato e, vuoi o non vuoi, da quel momento sarebbe stato la mia famiglia. Mi aiuta con le valigie e saliamo su per una scala dalla ripidità olandese. Fatico, l’aria è pesante. Con la coda dell’occhio vedo che Wilmer si cura di richiudere subito il cancello a chiave a doppia mandata, bloccandolo con un lucchetto resistente. Entro e vedo un altro ragazzo a cui mi presento ma che non dice nulla, non so se per timidezza o perché il mio arrivo non era aspettato. Non sto capendo nulla. Ad ogni modo mi tolgo immediatamente tutte le giacche. 25 gradi senza un filo di aria. Mi sento eccitata, stanca, strana. Forse ho fame o forse no. In quel momento in cui mi guardo attorno nella penombra mi rendo conto che quella sarà la mia casa per un lungo tempo. E la prima impressione è che sia vuota e impersonale. C’è un solo quadro appeso, che come si può immaginare, è l’unico protettore internazionale, il caro Gesù. Vedo sul bancone una pizza con prosciutto funghi e ananas! e vedo che Wilmer apre un piccolo sacchetto iniziando a spargerci sopra prima una polvere bianca e poi una polvere rossa, più leggera ma con pezzi più grossi. Mangiamo in piedi, accanto al bancone, non so se qui si usi così. Avvicino una fetta alla bocca per metterla a fuoco e capisco che le polveri sono una il cosiddetto “queso parmesano” ossia una versione nettamente lontana dal nostro parmigiano grattugiato, e l’altro del “chilli”, peperoncino secco. Sorrido. Mi chiedono il perché. Dico che è strano perché normalmente in Italia la pizza non ha la frutta e non necessita di parmigiano grattugiato come la pasta. Loro mi dicono che in Latino America la pizza buona è fatta così, che magari la nostra non è buona come la loro. Mi rendo conto in quel momento che non hanno idea che la pizza sia italiana, che non sanno nulla della mia cultura e della mia cucina, e che sono davvero dall’altra parte del mondo.

Sola e con Wilmer, in una casa di latta.